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ARAndrea Roselli
rugby
09 apr 2026 6 min di lettura

Lo sport che mi ha fatto

Cinquant'anni di rugby. Non una carriera, non una biografia sportiva. Una forma di esistenza. Il racconto di come un pomeriggio davanti alla tv, gli occhi di mia madre su uno schermo, abbia cambiato tutto.

1987 — Serie A, Marini e Munari

1987 — Serie A, Marini e Munari

Era un pomeriggio come tanti. Il Cinque Nazioni in televisione, mia madre seduta in salotto con quell'espressione che si riserva alle cose che ti sorprendono. Non era il gioco a colpirla, almeno non quello soltanto. Era altro. Era il modo in cui quegli uomini si rispettavano in campo, il modo in cui le tifoserie si mescolavano sugli spalti e sul campo a fine partita, avversari e sostenitori insieme a festeggiare qualcosa che andava oltre il risultato. Era, in una parola sola, lo spirito. E mia madre lo aveva riconosciuto al primo sguardo, come si riconoscono le cose autentiche.

Per me e mio fratello fu amore immediato. Non il tipo di amore che arriva piano, che si costruisce nel tempo e si consolida con la consuetudine. Fu la passione irreversibile, quella che ti travolge e sconvolge, che non si discute, che semplicemente prende e non lascia più. Il campo diventò la nostra casa, la palla ovale un'estensione naturale delle mani, e il rugby una lingua che cominciammo a parlare prima ancora di capirne completamente il significato.

Fino in cima, insieme

Gli anni ci hanno portato in alto. Serie A, Elite, la Nazionale. Livelli dove la tecnica si dà per scontata e quello che fa la differenza è qualcosa di meno misurabile, la testa, il carattere, la capacità di stare dentro la pressione senza perdere se stessi. Ho vissuto quelle partite con un'intensità che ancora adesso, a distanza di decenni, mi è difficile spiegare a chi non c'è mai stato. Non è solo adrenalina. È qualcosa di più profondo, più silenzioso. È la sensazione di essere esattamente nel posto giusto.

Ma quello che ricordo con più nitidezza non sono le vittorie, né i palcoscenici di centinaia di stadi. Sono i volti. I compagni di squadra con cui ancora oggi mi sento e mi vedo, con cui condivido una fratellanza che il tempo non ha scalfito. E gli avversari anche che hanno reso questo sport quello che è. Il rispetto profondo che ho sempre nutrito per chi scendeva in campo dall'altra parte non è mai stato una formula di circostanza. È stato, e resta, qualcosa di mio. Nel rugby si impara presto che l'avversario non è il nemico. È la condizione necessaria perché tu possa diventare migliore.

2005 — Top 10, Lottomatica
2005 — Top 10, Lottomatica

Fratellanza, rispetto, stima e gratitudine. Non sono valori che il rugby ti insegna a parole. Sono cose che ti entrano nel corpo e nella mente a forza di allenarsi, cadere, rialzarsi e farlo ancora — insieme.

— King —

Cinquantasei anni e ancora in campo

Ho giocato per ventisette anni. Alleno da diciotto. Oggi ne ho cinquantasei e sono ancora lì, su quel rettangolo d'erba, a cercare di trasmettere qualcosa che va oltre gli schemi di gioco. Perché il rugby si è evoluto, è diventato più dinamico, più veloce, più duro e più spettacolare, ma ha mantenuto una qualità rara: l'umiltà di saper cambiare. Di capire quando è il momento di rimettere in discussione qualcosa per restare fedele a se stesso. Non è cosa da poco, per uno sport. Non è cosa da poco per nessuno.

U15 - Rugby Roma Olimpic Club
U15 — Rugby Roma Olimpic Club

Ci sono stati momenti difficili, sia da giocatore che da allenatore. Momenti in cui sarebbe stato più semplice mollare, cedere allo sconforto, trovare una ragione qualsiasi per smettere di provarci. Non l'ho fatto. Non per orgoglio o almeno, non solo per quello. L'ho fatto perché ho sempre saputo che indietro c'era qualcuno. Un compagno, un ragazzo che allenavo, una squadra che dipendeva anche da quello che decidevo di fare io con la mia stanchezza e i miei dubbi. Non ho mai lasciato indietro nessuno. E questo, più di qualsiasi trofeo, è la cosa di cui vado più fiero.

Quello che sono

Se gran parte di quello che sono lo devo alla mia famiglia, e lo devo, fortemente, il rugby si prende l'altra bella fetta. Mi ha dato un modo di stare al mondo, un codice, una prospettiva. Mi ha insegnato che la sconfitta non è la fine di niente, che il dolore fisico passa e lascia spazio a qualcosa di più solido, che il valore di un uomo non si misura da quello che vince ma da come tratta chi ha accanto quando le cose vanno storte.

Cinquant'anni di rugby. E non ho ancora finito di imparare. Se questa storia ha acceso qualcosa in voi, curiosità, nostalgia, voglia di saperne di più, tornate spesso in questa sezione: troverete racconti, partite, esperienze, episodi che hanno segnato mezzo secolo di vita dedicata ad un gioco meraviglioso.