La testa a punta
Sono nato il giorno di San Valentino, in via dei Gracchi a Roma, durante un parto a detta di chi era presente piuttosto sofferto. Da quel giorno non ho più sofferto così tanto — almeno non in modo serio.
Roma, 1970 — la testa a punta era già in piena attività
Le prime esclamazioni che mi furono rivolte — a parte quella di mia madre, che non fa testo immagino perché di parte — furono quelle di mio padre Leandro: "Oddio sembra un rospo!" e quella di mia zia Gio': "...ma quella testa a punta gli tornerà normale?" Indubbiamente avevano ragione tutti e due. Parto sofferto, tecniche ostetriche non proprio all'avanguardia, e sì — qualcosa, a parte la gioia di incontrarmi per la prima volta dopo nove mesi, non era proprio come qualcuno si aspettava.
Se da una parte l'esclamazione di mio padre fu ribaltata in poche settimane — persi le spoglie di un rospo a favore di quelle di un principe azzurro — quella di mia zia Gio', sfortunatamente, rimase. La testa a punta è rimasta. Meno di allora, ma è rimasta. E lei, ancora oggi, ha i suoi dubbi sulla sistemazione definitiva della questione.
Di chi sono figlio
Date le circostanze iniziali, più di qualcuno non si ritrovava — o non voleva ritrovarsi — nessuna somiglianza con quel me piccolissimo. Fu così che mia madre si prese tutto: meriti e demeriti. Ad essere sinceri, oggi guardando qualche foto posso dire che ho preso da entrambi, sia da mamma che da papà — ma parlo dell'aspetto fisico. Per quanto riguarda quello psico-emotivo, quello caratteriale per farla breve, non saprei ancora rispondere con certezza.
Ad oggi, tra aspetto fisico e testa, quest'ultima non è mai cambiata davvero. È in continuo movimento, evoluzione. Pensa, ripensa, immagina, sogna, proietta, crea, distrugge. Anche io faccio fatica a volte a starle dietro.
È la parte che preferisco di me, con tutte le emozioni annesse e connesse. Mai vorrei fare a cambio con quella di qualcun altro. Anche se, a dirla tutta, la forma non è ancora del tutto soddisfacente. Mia zia Gio' ha i suoi motivi.
