La metamorfosi
La genetica non chiede permesso. Arriva, fa quello che deve e se ne va — portandosi dietro quello che credevi tuo.
1977 — i capelli c'erano tutti
Com'è possibile che la genetica e il passare del tempo possano cambiare così tante volte il nostro aspetto? Eppure, appena qualche mese dopo essere venuto al mondo, le aspettative facevano pensare a ben altro rispetto a quello che, inesorabilmente è il risultato di oggi. Sto parlando soprattutto dei miei capelli, anzi solo di quelli — al resto preferisco ancora non pensarci. Tanti, ricci, castano chiaro. D’estate diventavano quasi biondo platino. A detta di mia madre era impossibile resistere alla tentazione di passarci continuamente le mani dentro. Erano il mio piccolo orgoglio inconsapevole, quando ancora non sai che il corpo, a un certo punto, inizia a prendere decisioni senza consultarti.
Perderli gradualmente già a ventitrè anni, non lo nascondo, per me è stata una tragedia. Un colpo duro davvero. Per anni ho sognato almeno una volta al mese di averli di nuovo: foltissimi, lunghi, corti, lisci, ricci, legati, spettinati. Ho sognato persino i dreadlock. Poi però arrivava il risveglio. E il dramma. C’è chi dice che il pelato piace. Certo. A me però sarebbe piaciuto avere almeno il diritto di scegliere. Oggi rasato, domani con la riga in mezzo. Un giorno elegante, quello dopo versione Ivan Drago in Rocky IV. Invece no. Niente di tutto questo.
Tutto era già scritto
A pensarci bene, guardando la testa di mio padre, qualche sospetto avrei dovuto averlo già prima della maturità. Forse avrei potuto rallentare l’inevitabile: meno decolorazioni, meno gel, meno torture adolescenziali. Anche il militare poi ci mise del suo.A ventidue anni, aviere dei mezzi pesanti, passavo giornate intere con la bustina in testa per evitare richiami e punizioni da parte di qualche ufficiale ligio al regolamento.
Ma a cosa servono i “forse”? La genetica ha l’arroganza di presentarsi sempre come destino. Non chiede pareri ne permesso. Così, a ventisette anni, la lametta è salita ufficialmente dalla barba fino alla testa. Fine della resistenza. Da allora, secondo mia zia Giò, sono diventato “un tipo interessante”. Un tipo interessante dalla testa a punta, ovvio. Sapete quante imperfezioni si possono nascondere con i capelli? Io l’ho scoperto troppo tardi, anche se qualcosa l'avevo intuita già da ragazzino.
Qualche beneficio, però
Eppure, col tempo, quello che è cambiato davvero oltre il volto, la forma della testa, del fisico, è il modo in cui mi guardo. Perdere i capelli ha avuto anche i suoi vantaggi. Mai più appuntamenti dal barbiere. Mai più shampoo, phon, spazzole, cere, gel, indecisioni davanti allo specchio. Essere pelato è tremendamente pratico. Una manutenzione minima. Una filosofia di vita quasi zen. E soprattutto, lentamente, ho capito una cosa: l’identità non risiede nei capelli.
Sono passati più di tredici anni da quando ho smesso di sognare di riaverli. Più o meno da quando è nata Emma. È stata lei a tirarmi fuori da quel loop silenzioso e un po’ ridicolo, se vogliamo. Ma alla fine ce l'ho fatta, grazie a lei ho accettato il cambiamento. Solo che adesso mi stanno ricrescendo verdi per quanto mi dà da fare.
