Quattordici mesi
Quattordici mesi ci separano alla nascita. Una vita intera ci tiene insieme. Non ho ancora trovato le parole giuste per descrivere quello che siamo, l'uno per l'altro e forse nemmeno serve trovarle.
1973 — Campo Staffi
Com'è possibile non sapere esattamente a quanti anni ti sei accorto di avere un fratello? Eppure è così. Lui c'era prima che io ne prendessi coscienza, esisteva già, era lì. Il flashback più lontano che ho risale forse ai tre anni. Un tappeto verde, una stanza che credo fosse la nostra cameretta. Lui ne aveva due, aveva combinato qualcosa, non so cosa e rideva. Quella risata me la porto ancora dietro.
Mia madre ci aveva abituati a tenerci sempre per mano. È stato così fino all'adolescenza, quando inevitabilmente abbiamo smesso, per ovvi motivi, come si dice. Ma quella gestualità, quel tenersi vicini, è rimasta in un altro modo. In un legame che non so descrivere con parole precise e che probabilmente non ne ha bisogno. È stato il miglior compagno di viaggio e amico che abbia mai avuto. Lo è ancora oggi.
Lo stesso tutto
Quattordici mesi ci separano. Per anni ci hanno scambiato per gemelli e capisco perché. Dove andavo io andava lui. Quello che facevo io faceva lui. Quello che indossavo io indossava lui. Non era una scelta nostra: era così che piaceva ai nostri genitori, e noi ci siamo cresciuti dentro senza farci caso. Al mio compleanno riceveva un regalo anche lui. E io al suo. A Natale e a Pasqua, uova e pacchi rigorosamente uguali per tutti e due. Stessa scuola, stesso sport, stessa vita parallela che si toccava in ogni punto. Capirete com'eravamo e quanto mi è costato, quando ha dovuto lasciare Roma.
I nostri genitori si sono separati quando avevo dieci anni e lui nove. Credo che proprio da quel momento il nostro legame abbia cominciato a diventare qualcosa di diverso,più consapevole, più necessario. Ero il più grande e mi sono ritrovato, senza che nessuno me lo chiedesse esplicitamente, a fare da punto di riferimento. Una guida silenziosa, non so quanto efficace. Lo stesso sangue ti unisce biologicamente, ma quello che ti tiene davvero insieme per la vita è altra cosa. Non ha un nome preciso. È quello che siamo riusciti a costruire nel tempo, io e lui.
Le parti si invertono
Per molto tempo Fabio è stato introverso, non timido, introverso. Fino ai diciotto, diciannove anni era sul serio complicato tirargli fuori una parola. Smorfie e boccacce invece sì, quelle erano il suo forte: la sua arma più potente per farmi innervosire, e ci riusciva benissimo. Poi qualcosa è cambiato. Per la sua professione ha imparato a parlare in pubblico, a spiegare, a trasmettere. Oggi ha una capacità comunicativa che a tratti mi lascia senza parole. Qualche volta però, lo dico con affetto, potrebbe anche fermarsi qualche riga prima.
Vive a Parma da diversi anni. È il motivo per cui vederci spesso è complicato, ma non mancano le telefonate e le videochiamate durante la settimana. Sono cambiate le distanze, non la frequenza. Quello che è cambiato davvero, nel tempo, è il nostro equilibrio. In passato ero io a guidare. Oggi spesso è lui. Quando parla ascolto con un'attenzione che riservo a poche persone. E in molte cose cerco di imitarlo, anche se non glielo dico mai, e probabilmente non se n'è mai accorto.
Lui e mia figlia Emma sono i doni più importanti e belli che la vita mi abbia fatto. Non lo dico spesso, forse non lo dico mai abbastanza. Ma c'è una cosa che voglio dirgli, e la scrivo qui perché la parola scritta rimane: grazie Fabio. Per essermi stato sempre accanto. Per avermi apprezzato per quello che sono, con tutti i difetti che conosci meglio di chiunque altro. Spero di essere stato per te un buon punto di riferimento come lo sei tu, oggi, per me.
