Perché ho deciso di scrivere
Ogni domenica mi dicevo: la prossima volta prendo appunti. La prossima volta non è mai arrivata.
Era domenica. Una di quelle domeniche di pausa dal campionato di rugby, passate a tavola accanto a mio nonno, alla fine del pranzo. Era il momento dei suoi racconti: la Trastevere degli anni Trenta, la vita in famiglia, il tempo trascorso nei campi di prigionia in America. E io non vedevo l'ora di ascoltare un'altra delle sue storie.
Se dovessi contare quante domeniche ho trascorso a pranzo a Fiumicino ad ascoltarlo, sarebbe semplice: tutte, tranne quelle in cui giocavo.
Ogni volta mi dicevo: la prossima prendo appunti. Perché quelle storie meritavano di restare — erano troppo preziose, troppo vive per lasciarle svanire con il tempo. Avevo persino pensato di usare un registratore digitale. Sarebbe stata la soluzione più semplice, più veloce. Ma non l'ho mai fatto. Ho rimandato. Ho perso tempo.
E così oggi mi ritrovo a scrivere
Scrivo per non commettere di nuovo lo stesso errore. Scrivo della mia famiglia, affidandomi ai ricordi che custodisco. Scrivo delle nostre tradizioni, delle abitudini, dei piccoli gesti che ci hanno sempre definiti. Racconto chi siamo e da dove veniamo, con la speranza che tutto questo possa restare — questa volta davvero. Che rimanga indelebile e a portata di mano per chi verrà dopo di noi.
Scrivo anche per me stesso. Perché mi rilassa, mi dà pace. In un mondo che corre continuamente, scrivere è uno dei pochi momenti in cui riesco davvero a rallentare e a ritrovarmi.
Scrivo soprattutto per Emma. Perché non dimentichi mai le sue origini. Per aiutarla a sentirsi parte di una storia più grande, a trovare la propria identità anche attraverso quella della sua famiglia.
Forse, alla fine, è proprio questo il motivo principale per cui ho deciso di iniziare. Un modo diverso — forse non ordinario — per permettere a mia figlia di conoscere suo padre. Non solo attraverso i ricordi, ma anche attraverso le sue parole e le sue ambizioni di scrittore.
