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ARAndrea Roselli
Sci alpinismo
29 giu 2026 5 min di lettura

Il passo delle capre:
sotto la Dru, quaranta gradi

Sei anni a Chamonix con uno snowboard ai piedi e il Monte Bianco a dominare ogni giornata. A febbraio del 2005 arrivò il Pas de Chèvre: canali verticali stretti sotto gli occhi di Les Drus. Obiettivo: uscita su Le Mer de Glace attraveso il canale giusto. Margine di errore: zero.

Il Monte Bianco visto dal dominio di Chamonix

Il Monte Bianco — 4.806m — Panorma ripreso da Les Grands Montets

I sei anni trascorsi a esplorare il comprensorio sciistico di Chamonix sono stati probabilmente i più intensi e affascinanti della mia vita da sci alpinista. Ancora oggi, quando ripenso a quelle stagioni, riaffiorano immagini e momenti che sembrano scolpiti nella memoria. Circondato da montagne enormi, così vicine da dare l'impressione di poterle toccare con una mano, pareti di granito scuro che precipitano per centinaia di metri, canali profondi e ghiacciai in continuo movimento incastrati tra bastioni verticali e morene, mi ha completamente stregato. È un ambiente che non lascia indifferenti. Un anfiteatro naturale dominato da alcuni dei rilievi più impressionanti delle Alpi, dove ogni vetta sembra possedere una personalità propria tra storie e leggende che la circondano. Sopra tutti regna il Monte Bianco. Con i suoi 4.806 metri osserva la valle dall'alto, immobile e maestoso, come se fosse perfettamente consapevole del ruolo che ricopre. Difficile togliergli lo sguardo anche solo per un minuto.

Un nuovo obiettivo

A febbraio del 2005, dopo già cinque anni di esperienze e di progressione continua sia in salita che in discesa, io e mio fratello, entrambi con lo snowboard, la nostra scelta da sempre anche in quota, decidemmo insieme a Pierrick, la guida alpina locale che da anni ci accompagnava nelle nostre avventure francesi, di provare il Pas de Chèvre, ovvero il passo delle capre.

Un itinerario che sognavo da tempo e che ancora oggi considero tra i più spettacolari che abbia mai affrontato.

La pianificazione dell'itinerario è sempre stata per me una delle parti più emozionanti dello sci alpinismo. Studiare il percorso la sera precedente, confrontare le condizioni della neve sui versanti, leggere le previsioni meteo, ascoltare il briefing finale alle prime luci dell'alba del giorno zero, è un rituale che alimenta l'attesa e prepara al meglio la mente all'avventura. Risveglia in me l'adrenalina e la stimola per essere scaricata di colpo al momento giusto.

Si comincia...

Quel giorno, una volta raggiunti i 3.295 metri della seconda sezione della cabinovia, ai piedi dell'Aiguille Verte, una delle montagne più imponenti, celebri e tecnicamente impegnative del Massiccio del Monte Bianco, ero consapevole che non ci sarebbe più stato spazio per l'improvvisazione. Avremmo controllato l'attrezzatura un'ultima volta, verificato il percorso e iniziato la discesa.

Prima dell'Aiguille Verte si è alpinisti, dopo si diventa montanari.

— Gaston Rébuffat
L'Aiguille Verte — 4.122m
L'Aiguille Verte — 4.122m
La Combe de Bochard — Chamonix
La Combe de Bochard - Via di accesso per il Pas de Chevre

La sera precedente aveva nevicato senza sosta. Al mattino, quando raggiungemmo la stazione di risalita di Argentière-Lognan, il paesaggio appariva completamente trasformato. A terra e sulle cime di mezza montagna e sugli alberi era tutto bianco, mentre in alto, il cielo si era aperto lasciando spazio a una giornata luminosa e tersa, con una visibilità praticamente perfetta. Il bollettino meteo aveva mantenuto le promesse. Restava soltanto un elemento da non sottovalutare, il pericolo valanghe fissato a livello 3 (marcato). Il giorno zero, alle 8:30, ricordo una lunga fila di sciatori e snowboarder che attendeva l'apertura degli impianti de Les Grands Montets. La ragione era semplice: più di quaranta centimetri di neve fresca e immacolata ricoprivano ogni pendio. Chi tra tutti non avrebbe voluto lasciare per primo le proprie tracce su quel manto perfetto? Grazie a Pierrick però riuscimmo a evitare l'attesa sfruttando la special line, la corsia riservata alle guide alpine e ai loro clienti.

Arrivati alla base di partenza per il Pas de Chèvre, dopo gli ultimi controlli e raccomandazioni, seguimmo Pierrick lungo la Combe de Bochard, dirigendoci verso nord-ovest. Davanti a noi si lasciava scoprire pian piano uno scenario glaciale, monumentale, di rara bellezza. Le pareti dell'Aiguille Verte e delle Drus si innalzavano come cattedrali di granito scuro, proiettando lunghe ombre sui pendii sottostanti. Tanto che, in alcuni punti, il sole sembrava non riuscire a raggiungere nemmeno il fondo dei canali. Era impossibile non sentirsi piccoli! Euforia e preoccupazione furono le prime emozioni che ricordo di aver provato.

Le Couloir Poubelle

Il Pas de Chévre è un itinerario classificato molto difficile. Qui non basta saper sciare bene. Occorre saper interpretare il terreno, leggere la neve e mantenere lucidità in un ambiente dove il margine di errore può ridursi drasticamente. Richiede elevate capacità tecniche, come la curva saltata con gli sci e con lo snowboard e un'ottima preparazione psico-attitudinale oltre che fisica. In un contesto del genere non sono ammesse esitazioni. La prima parte della discesa ci condusse progressivamente nel cuore dell'itinerario. Vedere la fine della Combe e sotto il vuoto faceva immaginare che eravamo prossimi a pendii sempre più ripidi e a un ambiente più austero. Così arrivammo la punto che attendevo con maggior rispetto e tensione: il Couloir Poubelle. Questo stretto canale incassato sotto Les Drus, la celebre piramide le cui pareti verticali hanno fatto la storia dell'alpinismo mondiale, è uno dei passaggi più celebri e delicati dell'itinerario.

Les Drus — la piramide di roccia che domina il Pas de Chèvre
Les Drus — la piramide che domina il Pas de Chèvre
Les Drus — vista ripresa alla fine del canale Poubelle
Les Drus — dal cuiore del Pas de Chevre

Ci fermammo poco prima del suo ingresso a circa 2-700m per una breve pausa. Ricordo ancora il silenzio. Ognuno concentrato sui propri pensieri e a immaginare le linee di discesa. Davanti a noi la pendenza superava i quaranta gradi. Il fondo era duro, ghiacciato in diversi tratti a causa dell'esposizione costante all'ombra. Rocce affioranti restringevano ulteriormente le possibili traiettorie. In alcuni punti ne esisteva una sola tra quelle percorribili. Margine di errore drasticamente ridotto a zero. Sotto a noi si intravedevano i pendii dolci, esposti al sole, del famigerato Pas de Chèvre. Tutta l'attesa delle ore precedenti stava trovando finalmente uno sfogo. Era il momento in cui l'adrenalina accumulata dalla sera prima si libera tutta in una sola volta.

Pas de Chèvre — ingresso del canale poubelle insieme a Pierrick — (foto) Fabio
Pas de Chèvre — Couloir Poubelle a oltre 40°
Couloir Poubelle a 40° — margine di errore zero
Couloir Poubelle — margine errore zero

Le prime curve richiesero massima concentrazione. Ogni movimento doveva essere preciso. Ogni appoggio andava cercato e controllato con attenzione. Dopo poche decine di metri fummo costretti a fermarci nuovamente per una sosta obbligata: un passaggio da superare in sicurezza con le corde. Pierrick predispose rapidamente la manovra e uno alla volta superammo l'ostacolo senza problemi. Una volta oltre, un nuovo paesaggio si aprì improvvisamente. Alle nostre spalle restavano la piramide Dru e la massa imponente dell'Aiguille Verte. Per la prima volta durante la giornata riuscimmo davvero a rilassarci. Le curve si susseguivano leggere. Sembrava di surfare un'onda che non finiva mai. La neve polverosa si sollevava a ogni inversione di linea creando nuvole bianche dietro che brillavano sotto la luce del sole. Sembrava quasi la giusta ricompensa concessa dalla montagna dopo la tensione accumulata nel canale.

Il passaggio con le corde nel Pas de Chèvre
Il passaggio in corda — Pas de Chèvre

Ma il Pas de Chévre non aveva ancora esaurito le proprie difficoltà. L'ultimo ostacolo era rappresentato dalla discesa verso la Mer de Glace, un tratto apparentemente meno spettacolare ma spesso più insidioso di quanto si possa immaginare.

La morena finale

Più che un passaggio chiave, direi che fosse il passaggio chiave. La sezione finale, la più critica forse di tutto il percorso. Terreni instabili, detriti e salti di roccia imponevano una scelta accurata della via da seguire. Pierrick ci spiegò che imboccare il passaggio sbagliato avrebbe potuto trasformare rapidamente una splendida giornata di montagna in una situazione molto complicata. Fortunatamente, ancora una volta, la presenza di una guida alpina esperta, si rivelò determinante. Seguendo la linea corretta raggiungemmo senza troppe difficoltà il fondo della valle in pieno Mer de Glace. Le energie erano ormai agli sgoccioli ma la soddisfazione aveva raggiunto ormai livelli altissimi. Subito dopo comparve la stazione della storica ferrovia di Montenvers, a quota 1.913 metri. La nostra discesa era terminata.

La Mer de Glace — Panoramica ripresa all'ingresso del canale Poubelle
La Mer de Glace (in basso al sole) — Vista ripresa dal Couloir Poubelle

La resa dei conti

Guardandomi indietro vidi per l'ultima volta il labirinto di canali, pareti e ghiacciai che avevamo attraversato durante la giornata. Più di 1.400 metri di dislivello immersi in uno degli ambienti alpini più spettacolari al mondo. Fu in quel momento che compresi perché Chamonix esercita un fascino così potente su generazioni di alpinisti e sciatori. Le montagne che la circondano sono indomabili, rimangono severe e a tratti intimidatorie. Le pareti incombono sul ghiacciaio, i seracchi ricordano continuamente la fragilità dell'uomo e le ombre che avvolgono certi versanti sembrano le custodi di storie di imprese e tragedie alpinistiche consumate nel tempo. E forse è proprio questo che rende luoghi come il Pas de Chévre così speciali. Perché non regalano soltanto una discesa memorabile. Offrono la possibilità di entrare, per qualche ora, in un contesto dove Madre Natura governa con regole antiche, dove esperienza, umiltà e rispetto contano più di qualsiasi altra cosa.

Canali di uscita su Le Mer de Glace — ripresi da Montenvers
Canali di uscita su Le Mer de Glace — ripresi da Montenvers (1.913m)

Ricordi e altri orizzonti

Come accade poi, dopo ogni escursione riuscita, la giornata si concluse nel modo migliore possibile. Seduti attorno a un tavolo, con qualcosa da bere davanti e ancora in circolo l'euforia dell'impresa, ripercorremmo ogni passaggio della discesa. Le difficoltà, i momenti di tensione, le curve più belle. E come sempre accade tra compagni di montagna, il brindisi finale non fu tanto per ciò che avevamo appena concluso, quanto per ciò che sarebbe venuto dopo. Perché la vera magia delle grandi giornate in montagna è che, appena finiscono, si comincia già a sognare la prossima.