Quando si spengono le luci
Tutto è cominciato nel 1976 con Lo squalo e il terrore di un bambino di sei anni. Da lì, un rapporto con il cinema che ha continuato a crescere nel tempo. Un linguaggio da imparare, un mondo da scoprire e un posto in sala che nessuno schermo di casa potrà mai davvero sostituire.
Il Cinema Traiano di Fiumicino — anni '60
Il mio primo incontro con il cinema risale al 1976. Era d'estate a Fiumicino e ci stavamo dirigendo con mamma, papà e mio fratello verso il Traiano, storica e unica sala cinematografica del paese. L'ingresso non era particolarmente ampio, poche file di gradini separavano il marciapiede dall'entrata. L'arredamento era ridotto al minimo. L'ambiente appariva piuttosto freddo nel complesso, se non fosse stato per i manifesti dei film appesi un po' ovunque a regalargli colore e vita. Parcheggiammo la macchina poco più avanti. Quel giorno proiettavano Lo squalo di Steven Spielberg. Proprio un film adatto a ragazzini di sei e cinque anni. La locandina, estremamente semplice nel suo insieme, lasciava già immaginare qualcosa di terrificante. Il film riuscì a lasciarmi molto di più.
Per tutta quell'estate e per buona parte della successiva non riuscii a fare il bagno a più di un metro dalla riva del mare. Anche in piscina provavo la stessa paura. Ero terrorizzato a tal punto che quando mi sedevo sul water del gabinetto di casa temevo che lo squalo potesse sbucare fuori anche da lì. E dire che il film lo vidi quasi tutto con le mani davanti agli occhi. Aprivo appena le dita, giusto quel tanto che bastava per scorgere qualcosa quando mia madre mi rassicurava dicendomi che in quella scena non c'era nulla di cui aver paura. Col tempo capii che quella paura non era stata altro che il primo segnale del potere che il cinema avrebbe avuto su di me.
Se a sei anni un film era riuscito a condizionarmi così tanto, le premesse per il futuro promettevano un coinvolgimento ancora più forte. E fu esattamente così che andò. Superati gli anni della paura dello squalo, il cinema diventò ben presto per me non un'abitudine, ma un appuntamento irrinunciabile. Non l'ho mai considerato un semplice passatempo. È sempre stato una finestra sul mondo. Un luogo in cui scoprire culture diverse, conoscere storie, incontrare personaggi indimenticabili e lasciarsi trasportare, nel giro di poche ore, in epoche e luoghi sconosciuti.
L'estate successiva tornammo al Traiano per vedere Sylvester Stallone nella sua, forse più grande, interpretazione: Rocky. Diversamente da Lo squalo, questa volta riuscii a vedere tutto il film senza nascondermi dietro le mani.
La maschera e le luci
Nel 1978 fu la volta di Guerre Stellari (StarWars) di George Lucas. Andai a vederlo con mamma e mio fratello al Teatro Adriano, memorabile cinema di Piazza Cavour a Roma. Ricordo ancora che trovammo posto al centro della sala, nella parte alta, e che si vedeva e si sentiva benissimo. Anche questo fu un film capace di imprimere qualcosa di indelebile. Ancora oggi, a distanza di quasi cinquant'anni, non riesco a fare a meno di rivedere l'intera saga ogni volta che ne ho l'occasione. Con papà andai invece a vedere il capitolo successivo, L'impero colpisce ancora, e a quello finale, Il ritorno dello Jedi.
Mi piaceva davvero tanto andare al cinema. L'entusiasmo iniziava già dal giorno in cui mi dicevano che saremmo andati a vedere un film. Ma la cosa che più mi emozionava era seguire la maschera che accompagnava gli spettatori ai propri posti, sedermi e attendere il momento in cui le luci si sarebbero spente. Quel preciso istante, con il buio e il silenzio che calavano all'improvviso, mi faceva entrare in un'altra dimensione. Non ero più in sala. Riuscivo a catapultarmi dentro il film, accanto ai suoi personaggi. Mi sentivo parte della storia in modo così intenso che ogni pellicola, da allora a oggi, mi ha sempre lasciato qualcosa di autentico e diverso.
Le radici di una passione
I film che hanno segnato la mia vita appartengono ai generi più diversi. Non ho mai avuto una categoria preferita, anche se, a essere sincero, ho sempre provato una particolare attrazione per le storie vere. In fondo, però, il genere conta relativamente. Ciò che cerco è il coinvolgimento, la capacità di emozionarmi e di lasciarmi qualcosa dentro.
Gli anni Ottanta furono un periodo straordinario da questo punto di vista. Tra le atmosfere inquietanti di Alien, l'avventura de I predatori dell'arca perduta, l'energia dei film di Stallone e la comicità di Non ci resta che piangere, ogni uscita al cinema rappresentava un appuntamento da attendere con impazienza. Molti di quei film li ho rivisti più volte nel corso degli anni e continuano ancora oggi a emozionarmi come la prima volta.
L'elenco delle pellicole che hanno trovato posto nell mia top parade fino ad oggi è molto lungo e meriterebbe probabilmente un articolo a parte. È una lista che ho sempre desiderato compilare con cura e che prima o poi completerò.
Imparare a vedere
Con gli anni, la mia passione non è cambiata: si è trasformata. Al coinvolgimento emotivo si è affiancata la voglia di capire come un film sia costruito. Oggi guardo la fotografia, lo stile e il montaggio, ma dedico altrettanta attenzione al soggetto, che sia una storia vera o inventata, e soprattutto all'interpretazione del cast. La regia e la recitazione sono lingue a tutti gli effetti. Una volta apprese, cambiano per sempre il nostro modo di essere spettatori.
Questa dimensione più analitica non ha tolto nulla all'emozione; semmai, ha aggiunto valore. Un film non finisce quando appaiono i titoli di coda, rimane nell'aria. Entra nelle conversazioni, torna in mente giorni dopo, ne riparli a distanza di anni. Il cinema è uno dei pochi luoghi in cui si può discutere di un'opera e scoprire che chi era seduto accanto a te, davanti allo stesso schermo, ha vissuto un'esperienza completamente diversa. Questo lo rende unico, non la trama o gli effetti speciali, ma la straordinaria diversità di prospettive che riesce ad aprire negli spettatori.
Il cinema è il modo più diretto per entrare in contatto con i sentimenti degli altri.
Federico Fellini
Lo schermo di casa
C'è però un'altra faccia di questa storia, e sarebbe disonesto non raccontarla. Netflix, Disney+, Prime Video ci hanno in qualche modo impigrito. Se prima degli anni Duemila l'unico modo per vedere un film, senza dover attendere anni per la sua programmazione televisiva, era recarsi in una sala cinematografica, oggi le piattaforme di streaming permettono di accedere a migliaia di titoli direttamente dal divano di casa. È un cambiamento profondo, iniziato già negli anni Ottanta e Novanta con i VHS e i negozi come Blockbuster. La sala, da abitudine, si è trasformata in eccezione. Un inganno perfetto, completato da schermi domestici sempre più grandi e sistemi audio capaci di imitare il grande cinema.
Eppure le piattaforme hanno aperto qualcosa che la sala italiana difficilmente avrebbe potuto darmi: il cinema del mondo. Non avevo mai visto un film spagnolo, se non quelli di Almodovar. Non conoscevo quello scandinavo. Poi ho cominciato quasi per caso, seguendo un consiglio o un'intuizione e mi sono ritrovato dentro storie con un passo completamente diverso da quello a cui ero abituato. Lente, specialmente quelle nordiche. Ambientazioni fredde, dialoghi misurati, silenzi lunghi che rischiano di perderti e annoiarti, ma che, almeno per me, tengono incollati allo schermo meglio di qualsiasi inseguimento. Ho scoperto che il cinema parlava lingue che non sapevo esistessero, e che alcune di quelle mi piacevano parecchio.
Quindi sì, forse la sala negli ultimi anni ha perso terreno. Ma il cinema, inteso come forma d'arte e come esperienza, si è allargato notevolmente. Per quelli che lo amano davvero, però, la sala non è un'opzione, è uno stato. Le luci si spengono, il buio si fa silenzio, e io ho ancora sei anni.
