Il senso civico perduto
Una cicca accesa gettata fuori dal finestrino di una macchina in autostrada, in piena faccia. Sacchetti dei rifiuti abbandonati ovunque. Monopattini nel fosso. Un quadro di trent'anni senza educazione civica e la domanda che non smette mai di tornare nella mia testa: possiamo ancora recuperare?
Educazione civica — libro di testo
L'altro giorno, mentre ero in sella alla mia moto, mi è successa una cosa che purtroppo mi capita sempre più spesso negli ultimi anni. Guidavo dietro a un'auto quando, dal finestrino abbassato, è volato via un tizzone acceso da una sigaretta. Mi ha colpito in pieno volto. Per fortuna la visiera ha protetto gli occhi, ma la rabbia e lo spavento mi hanno tormentato tutto il giorno. Quello della sigaretta lanciata con noncuranza non è solo un gesto di maleducazione, è un atto di incoscienza pura. Ogni estate, quelle stesse cicche gettate dai finestrini causano incendi devastanti sulle autostrade e sulle strade urbane della nostra città. È inconsapevolezza o totale disprezzo per il bene comune?
Questa è solo una delle tante fotografie che raccontano un decadimento più profondo: abbiamo smarrito l'alfabeto della convivenza.
Il valzer delle riforme scolastiche
Mentre pulivo il casco, la mente è tornata ai banchi di scuola. Chi fa parte della mia generazione ricorda che un tempo esisteva una materia precisa, l'educazione civica. Fu introdotta nel lontano 1958 da Aldo Moro per trasmettere i valori della Costituzione e il significato dell'essere cittadini. Negli anni successivi quell'insegnamento ha progressivamente perso rilevanza, trasformandosi spesso in un percorso frammentato, affidato alla buona volontà dei singoli docenti e a progetti occasionali. Solo nel 2020 è tornato ad avere uno spazio strutturato all'interno del percorso scolastico. Trent'anni esatti per fare marcia indietro.
Perché questo ripensamento? Qualcuno ha provato a spiegarlo esclusivamente con la crescente attenzione verso l'ambiente e i cambiamenti climatici. Ma il problema è più ampio. Il clima è soltanto una parte della questione. Ci siamo resi conto che manca qualcosa di più fondamentale: il senso di responsabilità individuale, il rispetto delle regole condivise e la consapevolezza che ogni nostro gesto produce conseguenze sugli altri.
La solitudine delle nuove generazioni e il crollo dei patti
Un tempo esisteva un'alleanza educativa forte. La famiglia aveva il compito primario di educare i figli e, laddove incontrava difficoltà, la scuola interveniva per completare quel percorso. Oggi quel patto appare più fragile. Le nuove generazioni si sono ritrovate sole ad affrontare le complessità del mondo, private di tutele, di sostegno e di punti di riferimento. Le famiglie faticano a trasmettere il principio del rispetto, mentre la scuola si trova spesso a gestire situazioni che un tempo venivano affrontate altrove. Ma sarebbe troppo semplice attribuire ogni responsabilità a queste due istituzioni. Nel frattempo, sono cambiati anche la società, i modelli culturali e il modo stesso in cui ci relazioniamo agli altri. L'individualismo è cresciuto, il senso di appartenenza alle comunità locali si è indebolito e la sfiducia verso le istituzioni è diventata sempre più diffusa.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una crescente difficoltà a riconoscere che viviamo in uno spazio condiviso e che il rispetto degli altri non è una limitazione della libertà personale, ma la sua condizione necessaria. Quando penso che in questa vita siamo solo di passaggio e guardo a come stiamo lasciando il pianeta, la nostra terra, le nostre città e la nostra società a chi verrà dopo di noi, mi vengono i brividi. Perché il problema non riguarda soltanto noi, ma l'eredità che lasceremo alle generazioni future. A volte arrivo a pensare che l'unico vero motivo per il quale accetterei di nascere di nuovo sarebbe proprio questo: avere la possibilità di cambiare le cose.
L'evoluzione dell'inciviltà: il caso dei rifiuti
Se volete vedere gli effetti di questo impoverimento civico, basta guardarsi intorno. Prendiamo la gestione dei rifiuti qui a Roma. È innegabile che il servizio di raccolta presenti criticità importanti. Ma è altrettanto vero che noi cittadini, troppo spesso, non facciamo nulla per migliorare la situazione. Ci lamentiamo continuamente di ciò che non funziona. È diventata quasi un'abitudine quotidiana. Tuttavia, quando arriva il momento di fare la nostra parte, molti scelgono la strada più comoda.
Vedo continuamente scene surreali sotto casa. I cassonetti sono pieni? Ce ne sarebbero altri disponibili a poche centinaia di metri. Eppure, la scelta di molti è lasciare il sacchetto a terra o appeso al contenitore, allontanandosi con la convinzione di aver assolto al proprio dovere.
Sulla raccolta differenziata, poi, abbiamo raggiunto livelli di evoluzione paradossali. Se il cassonetto della plastica è pieno, l'utente medio non cerca quello successivo. Semplicemente getta la plastica nella carta o nell'indifferenziata perché "lì c'è posto".
Quando capita a me di trovare i cassonetti pieni sotto casa — e anche quelli poco più distanti — faccio una cosa che oggi sembra folle, ma che dovrebbe essere la norma: torno indietro, salgo a casa, metto da parte i sacchetti e aspetto di scendere di nuovo quando i cassonetti saranno vuoti.
La bizzarra gara dello sharing selvaggio
Accanto ai sacchetti abbandonati si è aggiunto un fenomeno più recente, estremamente attuale. Sembra che a Roma, almeno dalle mie parti, sia in corso una gara bizzarra: a chi lascia il monopattino o la bicicletta elettrica in condivisione nei posti più improbabili. Li trovi ovunque, tranne dove dovrebbero stare.
Avete mai visto un monopattino incastrato tra il guardrail della corsia di marcia dell'autostrada e quello della rampa di immissione? O una bicicletta elettrica abbandonata sotto un ponticello pedonale, nel fossato sottostante? Viene da pensare che qualcuno ci sia caduto dentro e si sia semplicemente dimenticato di tirarla fuori. E invece dietro questi episodi si intravede spesso qualcosa di diverso, il totale disinteresse verso ciò che appartiene a tutti, mascherato da scherzo o da vandalismo goliardico. Mi chiedo spesso cosa si vinca in questa competizione dell'assurdo. Forse una medaglia d'oro per l'inciviltà.
Possiamo ancora recuperare?
Quanti anni sono passati da quell'alleanza tra casa e scuola? Molti, e nel frattempo il nostro senso civico è cambiato profondamente. Eppure, alla domanda "possiamo recuperare?", la mia risposta resta positiva. Sì, possiamo.
Il ritorno dell'educazione civica tra i banchi di scuola è un primo passo importante, ma da solo non basta. La scuola non può essere usata come una delega in bianco per lavare la coscienza altrui. Dobbiamo smettere di considerare lo spazio pubblico come la "terra di nessuno" e ricominciare a vederlo come il prolungamento del nostro salotto di casa. Solo ripartendo dalla responsabilità dei piccoli gesti quotidiani potremo restituire dignità alla città in cui viviamo e lasciare qualcosa di migliore a chi verrà dopo di noi.
