Io, lui e il vento
Il surf, poi un aquilone che smette di essere un oggetto. Anni a inseguire il vento come un'ossessione necessaria — finché qualcosa, un giorno, riesce a essere più forte di lui.
Fiumicino, 1987
Oltre al rugby, che ho praticato per ventisette anni, sono sempre stato attratto dagli sport estremi o, comunque, da quelli ad alta esposizione al rischio. Per intenderci, parlo di quegli sport che richiedono una grande preparazione psicofisica, attenzione, lucidità e soprattutto consapevolezza delle conseguenze di un errore. Il gancio tra me e questi sport ha sempre avuto un nome solo: adrenalina. Più riescono a farmene provare, più torno da loro a chiederne altra.
Avevo tredici anni quando iniziai a fare surf da onda a Fiumicino. Così, quasi per gioco, per puro divertimento. Ma ben presto mi resi conto che non era affatto semplice praticarlo con continuità. Servivano tempo, condizioni meteo favorevoli, spostamenti continui. Bisognava andare costantemente alla ricerca delle onde, possibilmente consistenti, o comunque di luoghi dove potersi esprimere al meglio. Era complicato e costoso.
Nel 1988, al ritorno da Biarritz, dopo un'indimenticabile esperienza francese sull'Atlantico e circa cinque anni trascorsi a rincorrere onde, decisi, malvolentieri, di smettere. Pensavo che quella storia fosse finita lì. Ma invece mi sbagliavo. Il mare e il vento tornarono a bussare alla mia porta molti anni dopo, nel 2002, quando sul litorale romano cominciarono ad apparire i primi kitesurf.
Il ritorno
Fu un'idea di Elio, il mio compagno di sci-alpinismo di allora, a rimettere tutto in gioco. Quell'estate ci ritrovammo in Tunisia, in un villaggio vacanze, per frequentare il nostro primo corso. Dico primo perché l'esperienza africana si rivelò piuttosto deludente. Il vento rimase praticamente assente per quasi tutta la settimana e la scuola non fu in grado di gestire quell'imprevisto che, in uno sport del genere, è sempre dietro l'angolo.
Tornammo a Roma senza aver concluso molto, ma con ancora più voglia di prima. Volevo imparare a manovrare quell'aquilone. Volevo salire sulla tavola. Volevo capire cosa si provasse. Così ci iscrivemmo immediatamente a un altro corso. Sfortunatamente anche questa volta non andammo molto più lontano di quanto fossimo riusciti a fare in Tunisia. Questa volta il vento fu presente ma a detta della scuola mai adatto per noi principianti.
Servì un terzo tentativo. Questa volta da solo, presso una scuola sul litorale di Focene. E finalmente presi il volo. Il mare aperto cominciò a regalarmi emozioni difficili ancora oggi da descrivere. Emozioni che in pochissimo tempo resero indissolubile il mio legame con l'aquilone.
Lui.
Sì, perché a un certo punto smise quasi di essere un oggetto. Dentro una sacca è soltanto un insieme di tessuto, cavi e aria che ancora non c'è. Poi lo prepari, lo colleghi, lo fai decollare e, come per magia, prende vita. Percezione? Sensazione? Non saprei dirlo. So soltanto che sembra assolutamente reale, vivo, quando lo guardi volare e librarsi nel cielo seguendo ogni tuo comando. È lontano da te, oltre venti metri più in alto, eppure è collegato a te e tu a lui. Tu sei lì sotto.
Prima con i piedi sulla sabbia. Poi sopra una tavola, sull'acqua, a tracciare bordi interminabili, con gli schizzi salati che ti colpiscono in pieno volto. E qualche volta lasci l'acqua anche tu, per volteggiare in aria insieme a lui in salti lunghi e armoniosi, sospeso per qualche istante tra mare e cielo. Quella simbiosi con qualcosa di apparentemente piccolo e inanimato quando è chiuso dentro una sacca, ma enorme e potentissimo quando viene liberato nel vento, mi fece conoscere una sensazione di libertà assoluta. Forse l'avevo già provata, ma mai in quel modo. E a ogni uscita tornava sempre più forte.
Io e lui, soli, a perderci per ore in mare aperto. Un ciclo continuo di emozioni. Ma perché tutto questo potesse accadere si dovevano fare i conti con l'altro protagonista.
Il vento.
Senza di lui niente aquilone. Niente bordi, niente salti in mare aperto. Niente di quella sensazione di libertà che ormai continuavo a cercare. E così iniziai a cercare anche lui. Ogni giorno mi collegavo a decine di centraline meteo per controllare i dati degli anemometri: direzione, intensità, raffiche massime. Cercavo di capire dove avrebbe soffiato, quando sarebbe entrato, quanto sarebbe durato. Il vento era diventato qualcosa da inseguire. E quando le condizioni sembravano quelle giuste, facevo di tutto per liberarmi dagli impegni e raggiungere il più velocemente possibile la spiaggia. Dovevo entrare in acqua con lui. In quegli anni non esisteva praticamente nient'altro capace di attirarmi allo stesso modo. Bastava vedere gli anemometri iniziare a salire e tutto il resto perdeva improvvisamente importanza.
Il vento, lui e il mare: la combinazione vincente su tutte.
La scuola
Per due anni, dalla primavera all'autunno, praticamente non persi più un giorno di vento. Poi, di ritorno da Mauritius, mi venne un'idea: aprire una scuola di kitesurf insieme a due amici legati dalla mia stessa passione. Dopo le esperienze vissute durante i miei primi corsi pensammo, con una certa ironia, che difficilmente avremmo potuto fare peggio di tanti altri.
In realtà avevamo in mente qualcosa di molto preciso. Non volevamo semplicemente insegnare a qualcuno a salire su una tavola. Volevamo portarlo fino all'autonomia: nelle manovre a terra e in acqua, nella conoscenza del vento, nella prudenza e soprattutto nella consapevolezza del rischio che si corre e che si fa correre agli altri quando le regole di sicurezza vengono ignorate. L'obiettivo finale era uno solo: renderlo capace di navigare davvero. Da solo e in sicurezza.
Fu un successo, anche se volutamente contenuto. A seconda dell'allievo, un corso poteva durare perfino tutta l'estate. Non importava. Era il nostro modo di essere diversi ed era il nostro principio. Oggi guardando indietro ricordo con estremo piacere e anche nostalgia tantissime esperienze vissute insieme ad allievi e amici, in oltre cinque anni trascorsi tra l'Italia, la Grecia e le isole di Capo Verde. Vento, spiagge, viaggi, risate, partenze, decolli, salti, cadute. E naturalmente lui. Sempre lui.
Più forte del vento
Poi, improvvisamente, qualcosa cambiò. Non fu un incidente. Non fu la paura. Non fu nemmeno la stanchezza. Mi dissero che sarei diventato papà. Sarebbe arrivata Emma. E accadde una cosa che ancora oggi trovo difficile spiegare. Per anni avevo aspettato il vento. Lo avevo cercato sulle previsioni, seguito attraverso le centraline, osservato negli anemometri. Avevo organizzato giornate e impegni intorno a lui. Bastava che iniziasse a soffiare nel modo giusto perché nascesse immediatamente la necessità di raggiungere il mare. Dovevo esserci. Era quasi impossibile resistergli.
Poi arrivò lei. E per la prima volta qualcosa riuscì a essere più forte del vento.
Quell'oggetto che per anni, una volta liberato dalla sua sacca, era riuscito a trascinarmi lontano dalla riva e a farmi desiderare il mare aperto ogni volta che il vento iniziava a soffiare, improvvisamente non ebbe più la stessa forza. L'aquilone continuava a volare. Il vento continuava a soffiare. Il mare era sempre lì. Eppure qualcosa dentro di me era cambiato. Quella combinazione che per anni era stata imbattibile: il vento, lui e il mare, non lo era più. Non riuscivano più a portarmi via da casa. Da mia figlia.
Nella primavera del 2013 lasciai la scuola di kitesurf ai miei due amici, che continuarono a tenerla in vita ancora per qualche tempo. Nessun rimpianto. Nessun rancore. E, soprattutto, nessun addio. Perché con il tempo ho capito che alcune passioni non finiscono mai per davvero. Restano lì, da qualche parte dentro di noi, insieme alle persone incontrate, ai viaggi, alle spiagge, alle giornate trascorse ad aspettare che un numero su un anemometro cominciasse finalmente a salire. E aspettano. Aspettano magari che torni il vento giusto. Il momento giusto o una ragione nuova per aprire quella vecchia sacca.
Un giorno, insieme
Oggi, dopo tanti anni, un desiderio mi è rimasto: liberare ancora una volta Lui nel vento.
Ma questa volta non per perdermi da solo in mare aperto. Questa volta vorrei che sulla spiaggia ci fosse anche lei. Vorrei preparare l'aquilone, stendere le linee sulla sabbia e magari lasciare che sia Emma ad aiutarmi a farlo decollare. Poi guardarlo insieme salire. Sempre più in alto. E forse, in quel momento, riuscire finalmente a mostrarle perché suo padre, tanti anni prima che lei arrivasse, aveva imparato ad amare così tanto il vento. Perché la libertà, con il passare degli anni, non credo abbia smesso di essere importante. Forse ha cambiato forma.
Un tempo significava allontanarmi dalla riva con il vento sulla vela, una tavola sotto i piedi e il mare aperto davanti. Oggi potrebbe significare tornare esattamente nello stesso posto.
Ma con accanto Lei.
