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ARAndrea Roselli
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10 ago 2026 12 min di lettura

Leggere il vento, leggere il mare

Ci sono voluti anni e molti errori per imparare a leggere l'attrezzatura giusta. Poi è arrivato Google Earth, e ho imparato a leggere un litorale ancora prima di vederlo.

Attrezzatura da kitesurf

L'attrezzatura

Mai come attraverso il tempo, l'attenzione ai particolari, l'esperienza e, soprattutto, gli errori sarei riuscito a capire quanto fosse importante l'attrezzatura nel kitesurf.

Compresi abbastanza presto che, se vuoi ottenere il massimo da un'uscita in mare, non esiste un'attrezzatura che vada bene in generale, buona per tutte le occasioni. Esiste quella più adatta alle condizioni di quel momento, al mare che hai davanti, al vento che sta soffiando e allo spot nel quale hai deciso di entrare.

Ma per arrivare a capire tutto questo, naturalmente, dovetti sbagliare.

Gli inizi

I miei primi decolli e le prime uscite in mare furono con una Cabrinha CO2 da 17 metri, un C-kite giallo e nero comprato usato, ma in buono stato, da un mio amico. Lui era già passato da tempo alle RRD, anche per via del suo passato da professionista nel mondo del windsurf.

Ai piedi, se non ricordo male, avevo invece una Brunotti lunga poco più di 150 centimetri: twin-tip, estremità arrotondate e molto stretta. Anche quella acquistata usata, su eBay, sempre dietro suggerimento del mio amico.
Non fu per niente facile.
L'ala era enorme e potente. La tavola velocissima e, per via del suo outline, non proprio il massimo della stabilità per uno alle prime armi come me. Se a tutto questo aggiungiamo che stavo imparando sul litorale romano, a Ostia, con vento e onde spesso sostenuti, è facile immaginare il risultato.

Si contarono molti più fallimenti che successi. Ma furono proprio quei fallimenti a cominciare a insegnarmi qualcosa.

Il primo cambiamento arrivò presto, l'anno successivo. Cambiai ala e tavola. Rimasi fedele a Cabrinha, ma questa volta scelsi autonomamente su eBay una Nitro da 14 metri, verde e nera. Anche per la tavola mi affidai a Cabrinha e optai per un modello 140x36cm.

Cabrinha Nitro 14mq
La Cabrinha Nitro, 14mq

Fu con lei che arrivarono i primi veri bordi. E uno in particolare non l'ho mai dimenticato.

Venti secondi

Ero a Lefkada, in Grecia, spostato verso uno degli estremi di Milos Beach, il principale spot dell'isola, dove poco distante c'erano quelli bravi davvero, i big, impegnati già in evoluzioni di ogni genere. Il mio obiettivo era differente però, decisamente più modesto: take off e rimanere in piedi. Tra un richiamo istintivo dell'aquilone e un comando finalmente azzeccato, a un certo punto ecco che arriva il mio momento.

Finalmente partii. Rimasi sulla tavola forse una ventina di secondi. Probabilmente sembravo un cowboy al rodeo, ma per me furono venti secondi strepitosi, sensazionali. Sentivo l'acqua scorrere sotto la tavola. Mi vedevo finalmente in piedi. Guardavo lui volare sopra di me e, dietro, la spiaggia che lentamente si allontanava.

Stavo navigando.

Andrea Roselli entra in acqua — Lefkada
Lefkada
Andrea Roselli in navigazione — Lefkada
Lefkada

Naturalmente persi un'infinità d'acqua. Altro che bolina. Quando terminò quel primo bordo mi ritrovai molto più lontano dal punto dal quale ero partito. Ma che importanza poteva mai avere? Da quel momento ogni tentativo aggiunse qualche secondo di navigazione in più, qualche metro in più, un po' più di controllo e soprattutto sempre maggiore confidenza.

Stavo entrando anch'io in quella fase di autonomia nella quale il kitesurf cambia completamente. Non combatti più contemporaneamente contro l'aquilone, la tavola, l'acqua e te stesso. Cominci a farli lavorare insieme.

Ed è allora che la progressione accelera.

Un'ala vera

Tornato a Roma, e almeno fino alla primavera successiva, non passava settimana senza che andassi a vedere cosa offrisse di nuovo il mercato. Fu così che capitai per la prima volta sul sito Flysurfer.

Produceva kite foil: niente camere d'aria da gonfiare, ma qualcosa costruito concettualmente come una vera ala. Doppio strato, cassoni che si riempivano d'aria autonomamente e un vero castello di briglie capace di mantenerne il profilo in volo. Quel progetto mi affascinò immediatamente. Mi informai, cercai di comprenderne vantaggi e svantaggi e alla fine due caratteristiche prevalsero sulle altre: potenza e stabilità anche con poco vento a discapito di minore velocità di rotazione e una risposta ai comandi più lenta rispetto ad altre ali.

Decisi comunque di provarci e acquistai il rivoluzionario Flysurfer Pulse da 13 metri. Fu probabilmente il kite con il quale imparai di più e quello che mi permise di progredire più velocemente. Cambiai anche tavola. Sempre Flysurfer, questa volta grande e larga, pensata per planare presto e permettermi di sfruttare anche le giornate con poco vento.
Entusiasta dei kite foil decisi di prenderne un altro subito dopo pochissimo tempo. Ancora un Flysurfer, uno Psycho4 10mq. Più veloce, reattivo e vicino ai C-kite.

Flysurfer Psycho4 10mq
Il Flysurfer Psycho4, 10mq

Alla fine dei primi due anni cominciai a comprendere davvero cosa significasse avere l'attrezzatura giusta. E con il tempo avrei capito anche qualcosa in più. L'attrezzatura giusta non è quella che ti permette di uscire sempre. È quella che ti consente di sfruttare al meglio le condizioni quando esistono i presupposti per farlo, con il maggiore controllo e la maggiore sicurezza possibili.

L'esperienza, invece, è quella che dovrebbe insegnarti anche quando è meglio rimanere a terra.

L'attrezzatura cresceva insieme a me

Con il miglioramento della tecnica cambiò inevitabilmente anche ciò che utilizzavo. Quando raggiunsi un buon livello di preparazione ed esperienza sostituii persino il trapezio, passando a uno senza imbracatura per avere maggiore libertà nei movimenti e nelle manovre.

Ogni cambiamento rispondeva a qualcosa che avevo imparato. Molto spesso attraverso un errore. Più andavo avanti, più cercavo di ridurre quei margini utilizzando materiale appropriato alle diverse condizioni. Certo, possedere attrezzatura diversa significava sostenere spese importanti, ma fortunatamente riuscii sempre, in qualche modo, a far quadrare i conti.

Negli ultimi anni arrivai ad avere sette kite e cinque tavole. Tra queste, infine, anche un'attrezzatura specifica per il kite wave. Chissà, forse era semplicemente il modo di riprendere un vecchio amore iniziato quando avevo quindici anni, a Fiumicino, con una tavola da surf.

Ma per quanto l'attrezzatura cambiasse, ci fu un posto che rimase per anni sempre lo stesso.

Il quartier generale

A Lefkada avevo imparato a stare sulla tavola e a navigare. Ma la spiaggia che mi vide esercitarmi per anni, sbagliare, imparare, fare esperienza e infine aprire la mia scuola di kitesurf fu quella di Focene, nel tratto compreso tra il WWF e lo stabilimento 40° all'Ombra.

Quello divenne il mio quartier generale.

Focene non era certamente il migliore degli spot del litorale romano. La spiaggia non era particolarmente curata, eravamo vicini al canale delle idrovore di Maccarese e dal punto di vista paesaggistico c'erano sicuramente posti capaci di regalare molto di più. Ma funzionava. E soprattutto era uno dei luoghi nei quali era possibile praticare kitesurf. Un dettaglio tutt'altro che secondario perché, durante la stagione balneare, le ordinanze delle Capitanerie di Porto e dei Comuni riservavano alla pratica dello sport soltanto alcune aree dedicate, limitate sia nel numero sia nello spazio.

Per me, però, Focene era diventata molto più di questo. Era una seconda casa. Ci andavo persino quando sapevo perfettamente che sarebbe stata una giornata di calma piatta. In quel caso il kite rimaneva a terra, ma noi no. C'erano gli amici, le chiacchiere, gli aneddoti, le novità sul nostro mondo e qualsiasi altra cosa riuscissimo a inventarci pur di passare la giornata lì. Persino il ristorante I Grandi, poco prima della spiaggia, era stato ufficialmente consacrato come il nostro ristorante di fiducia.

Era diventato un piccolo mondo. E quel posto, apparentemente così poco speciale, mi regalò alcune delle immagini più belle e romantiche che conservo del kitesurf.

Focene, davanti allo stabilimento 40° all'Ombra
Focene
Il gazebo della scuola I-Nomads a Focene
Il gazebo della scuola

Una su tutte: il calasole.

Il calasole

Era il momento in cui il sole cominciava lentamente a scendere verso il mare, fino ad avvicinarsi alla linea dell'orizzonte, mentre il ponente sembrava volerci concedere un ultimo regalo rinforzando proprio nelle ultime ore della giornata.

Che meraviglia.

Le ali volteggiavano nel cielo e noi cercavamo di portarle esattamente al centro del sole, mentre qualcuno rimasto a terra tentava di immortalare quell'attimo. Kite e sole, uno dentro l'altro. Poi quando scompariva dietro l'orizzonte, le ali tornavano lentamente verso riva, ormai bagnate dall'umidità e dalla salsedine. Sotto ognuna di loro il proprio kiter, stanco, bagnato ma felice per lo spettacolo al quale aveva appena assistito. Ne ho vissuti tantissimi di quei calasole e ancora oggi, quando penso a Focene, sono tra le prime immagini che ricordo.

Un calasole a Focene
Un calasole
Il kite al centro del sole
Al centro del sole

Ma Focene non fu soltanto questo.

«Ti prego, però, non farlo più»

Da tempo dicevo a mia madre: «Perché non vieni mai a vedermi fare kite?» Un giorno decise finalmente di farlo. Partì da Fiumicino in bicicletta e venne fino a Focene. Scelse, senza poterlo sapere, una delle giornate più assurde possibili. Io ero già in acqua alle prese con una delle libecciate, poi trasformata in maestralata, più sensazionali che ricordi.

Onde superiori ai tre metri. Vento costantemente sopra i 22 nodi, con raffiche che a volte superavano i trenta. Quel giorno eravamo soltanto in due in grado di entrare.

Ancora oggi non ho idea del perché decisi di farlo. Allora probabilmente vedevo soprattutto la sfida. Oggi, ripensandoci, vedo molto più chiaramente anche il rischio. Cadere nel punto sbagliato in mezzo a quelle onde, un problema all'attrezzatura, persino un semplice strappo alla tela dell'aquilone avrebbe potuto trasformare una giornata memorabile in qualcosa di molto diverso. Essere tecnicamente capaci di affrontare certe condizioni non significa necessariamente che sia sensato farlo.

Fortunatamente andò tutto bene.

Quando rientrai, mia madre era lì sulla spiaggia ad aspettarmi. Mi guardò e disse: «Ma che bravo e coraggioso, Andrea. Ti prego però, non farlo più!».
Forse aveva capito tutto molto prima di me.

Quando il vento non arrivava

C'era però un altro problema da risolvere a Focene. Cosa fare quando non c'erano le condizioni per uscire? Quante giornate ricordo trascorse dalla mattina alla sera, soprattutto nei weekend, aspettando inutilmente qualche refolo di vento.

All'inizio facevamo poco o niente. Raccontavamo storie, aneddoti, parlavamo di attrezzatura e delle ultime novità del mondo kite. In qualche modo bisognava pur far passare il tempo. Finché proprio da quelle chiacchiere nacque un'idea. Se non potevo andare a cercare il vento in mare, potevo cominciare a cercare i posti nei quali incontrarlo. Avevo trovato il modo di non perdere più quelle giornate.

Fare scouting.

Google Earth e una costa da esplorare

Cominciai a cercare luoghi nei quali fare kite che fossero sconosciuti o, almeno, non ancora documentati dai kiters e dalle riviste specializzate. L'idea mi coinvolse a tal punto che presto mi ritrovai a fare scouting più comodamente da casa.

Con Google Earth a portata di mano trascorsi un'infinità di ore esplorando coste. Principalmente Mediterraneo e Grecia, perché erano vicini, raggiungibili e permettevano di organizzare viaggi con costi ancora sostenibili. Guardavo l'orientamento delle spiagge, la conformazione della costa, i rilievi, le baie, cercando di immaginare come il vento avrebbe potuto comportarsi una volta arrivato lì.

Quando iniziai a programmare viaggi più lontani, il raggio d'azione si allargò. Ilha do Sal e Boa Vista, nell'arcipelago di Capo Verde. Mauritius, nell'Oceano Indiano.

Anche quella ricerca mi regalava emozioni. Forse perché lo scouting iniziava molto prima del viaggio. Era proiezione, immaginazione, aspettativa. Guardavi dall'alto una spiaggia sconosciuta a migliaia di chilometri di distanza e cominciavi a pensare: qui potrebbe funzionare. Poi bisognava andarci. Ed era allora che il territorio decideva se avevi avuto ragione.

Quando Google Earth sbagliava

Una delle kite trip nate da questa nuova passione fu Milos, l'isola greca delle Cicladi, da non confondere con l'omonimo spot di Lefkada, ma non tutte le aspettative furono mantenute.

Scouting sul campo a Milos
Scouting sul campo
Ali a riposo sulla spiaggia di Achivadolimni
Achivadolimni

Ricordo, per esempio, l'esperienza su una delle spiagge che avevo individuato e che sulla carta sembrava interessante. Una volta arrivati, lo spazio si rivelò insufficiente per armare e far decollare il kite in tranquillità. Peggio ancora, il rilievo alle nostre spalle disturbava il vento proprio nel tratto nel quale avremmo dovuto partire. Se riuscivi faticosamente a prendere il largo, qualcosa potevi anche fare. Ma quello non era fare kitesurf. Era cercare di far sopravvivere l'aquilone.

Completamente diversa fu Achivadolimni. Lì le aspettative furono rispettate. Buon vento side-side-on che rinforzava subito dopo pranzo e un'acqua spettacolare, di quelle che ti fanno dimenticare completamente l'idea di rientrare a riva. Credo di aver fatto proprio lì il salto più alto della mia vita. E, nella stessa vacanza, anche una delle cadute più devastanti. Fortunatamente senza conseguenze.

Due kiter incrociano ad Achivadolimni
Achivadolimni
Una caduta ad Achivadolimni
Una delle cadute

Anche Mytaks fu una bella sorpresa, soprattutto per quelle onde lunghe che arrivavano a frangere non lontano dalla riva. Con un piccolo particolare però: vento esclusivamente onshore.

Ogni posto aveva una storia e soprattutto ogni posto aveva qualcosa da insegnare.

Boa Vista

Boa Vista fu ancora un'altra cosa. Più grande, più selvaggia e con molti più spot da poter sperimentare. Anche lì, però, lo scouting mi ricordò che ciò che sembra perfetto visto dall'alto o osservato da terra non necessariamente lo è quando finalmente metti il kite in aria.

Uno dei fallimenti più evidenti fu sulla costa di Boa Esperança, proprio davanti al relitto del mercantile Cabo Santa Maria, arenato nel 1968. Dall'alto della costa quel giorno sembrava esserci un gran bel vento. In mare vedevamo onde non ideali da surfare, ma che promettevano di essere perfette per saltarci sopra.

Sembrava tutto pronto, ma quando entrammo in acqua capimmo quasi immediatamente che avevamo letto male la situazione. Il vento non riusciva a distendersi in maniera uniforme: alternava buchi improvvisi a raffiche violente. Le onde, viste da vicino, erano molto più ravvicinate e potenti di quanto sembrassero dall'alto e rendevano complicati sia il take-off sia la navigazione. Un altro posto apparentemente perfetto che, almeno in quelle condizioni, perfetto non era affatto.

Esplorando l'entroterra di Boa Vista
Boa Vista
Il relitto del Cabo Santa Maria a Boa Esperança
Il relitto del Cabo Santa Maria

Un'altra lezione.

Di Milos, Boa Vista e delle altre kite trip parlerò in maniera approfondita. Ognuna merita il proprio spazio, perché dietro ogni viaggio non c'erano soltanto spiagge, vento e kite. C'erano ricerca, aspettative, errori, sorprese, persone, condizioni impreviste e soprattutto storie.

Imparare a leggere

Al ritorno da ogni posto cercavo di raccogliere tutto in veri e propri report, perché a un certo punto mi accorsi che anche raccontare ciò che avevo trovato faceva parte del viaggio.

Ripensandoci oggi, forse la mia evoluzione nel kitesurf può essere raccontata proprio così. All'inizio cercavo di capire l'aquilone. Poi imparai a capire la tavola. Con il tempo cominciai a leggere il vento e il mare e infine mi ritrovai davanti a Google Earth cercando di leggere intere coste.

Fare scouting non significava per me soltanto cercare posti belli dove fare kite. Significava conoscere un nuovo posto, imparare a leggerlo, scoprire come il vento lo attraversava e come il mare rispondeva. E poi, perché no, raccontarlo agli altri.

Ero partito cercando il vento.
A un certo punto avevo cominciato a cercare i luoghi dove incontrarlo.