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ARAndrea Roselli
attualità
20 ago 2026 11 min di lettura

Meno smartphone, più genitori

Un programma radiofonico ascoltato per caso in macchina, un bambino con lo smartphone in mano in una pubblicità, e una domanda assurda che mi ha turbato.

Un'incredibile raccomandazione alla radio

Pochi giorni fa ero in macchina, da Fiumicino a Ostia, per andare a prendere un amico. Alla radio è iniziato l'intervento di un'esperta, una psicologa o una sociologa, non ricordo di preciso, e si parlava dell'uso dei dispositivi mobili da parte dei minori. La speaker citava una pubblicità recente che ritrae un bambino piccolissimo con in mano uno smartphone di ultimissima generazione e chiedeva all'ospite quale messaggio, positivo o negativo, potesse trasmettere un'immagine del genere.

Sorvolo sulle prime risposte, a mio avviso fin troppo diplomatiche e prive di veri sbilanciamenti, per arrivare al punto che mi ha sinceramente sconvolto: l'esperta ricordava che l'uso dello smartphone è sconsigliato nella fascia di età tra zero e tre anni.

Sono rimasto qualche secondo a pensarci. Ma non alla raccomandazione. Al fatto che fosse necessario farla. Possibile che nel 2026 servano una psicologa, una trasmissione radiofonica e probabilmente una linea guida per ricordarci che un bambino di due anni dovrebbe scoprire il mondo toccandolo, sporcandosi, cadendo, annoiandosi e, perché no, rompendo le scatole ai propri genitori?

Non facendo scorrere un dito sopra un vetro. È proprio questo che mi ha sconvolto.

L'illusione dell'oggetto indispensabile

Siamo davvero arrivati al punto di dover stabilire a quale età sia opportuno mettere un telefono nelle mani di un bambino? Se esistono linee guida o, più semplicemente, raccomandazioni come quella citata dall'esperta, significa evidentemente che il problema esiste. E non vi nascondo che la cosa mi fa paura. Non perché consideri lo smartphone un oggetto pericoloso in sé. Sarebbe assurdo sostenerlo. Ma perché siamo riusciti in pochissimo tempo a trasformarlo da strumento utile a evidentemente indispensabile.

Telefono, macchina fotografica, navigatore, giornale, televisione, agenda, banca, biglietteria, ufficio, biblioteca, musica, giochi, relazioni. Tutto dentro pochi centimetri di vetro. Una rivoluzione straordinaria. Ma forse abbiamo commesso un errore: abbiamo confuso la comodità con il progresso. Perché non tutto ciò che ci evita una fatica ci rende poi necessariamente migliori.

E il problema comincia quando, senza quasi accorgercene, dentro quei pochi centimetri iniziamo a mettere anche noi stessi.

Quando bastava inventare una storia

Mentre la radio continuava in sottofondo, mi è venuto spontaneo fare un salto indietro nel tempo. Quando avevo tra zero e tre anni, cosa mi negava mia madre per evitare conseguenze indesiderate? Semplice: gli oggetti troppo piccoli che avrei potuto ingoiare. Controllava continuamente che non mi mettessi nei guai. Non esisteva il problema di stabilire per quanto tempo potessi guardare uno schermo o a quale età fosse opportuno consegnarmi un dispositivo elettronico personale.

Erano altri tempi, certo, e sarebbe stupido pretendere di tornarci.

Non mi sento un bacchettone, né tantomeno un nostalgico fuori dal tempo. Al contrario, ho vissuto con molto entusiasmo praticamente tutta la trasformazione tecnologica e digitale degli ultimi decenni. La tecnologia fa parte della mia vita, del mio lavoro e continua ad affascinarmi. Proprio per questo credo sia necessario distinguere tra utilizzare uno strumento e consegnargli una funzione che dovrebbe restare nostra.

Mi capita sempre più spesso di vedere famiglie al ristorante che consegnano un tablet o uno smartphone al figlio per farlo stare buono.

Bambino seduto. Schermo davanti, pronto. Cartone animato acceso. Volume possibilmente basso. Problema risolto. Comodo. Anzi no, comodissimo. Ma siamo sicuri che sia anche educativo? Quando ero piccolo, i miei genitori inventavano storie al momento, piccoli espedienti, facevano qualsiasi cosa pur di tenermi occupato a tavola.

Oppure mi lasciavano annoiare. Oppure mi rimproveravano. Oppure sopportavano il fatto che fossi semplicemente un bambino e che, come tutti i bambini, qualche volta potessi essere capriccioso e fastidioso.

Facevano i genitori.

Lo so, è un'affermazione forte. E non significa che i genitori di ieri fossero migliori di quelli di oggi. Non lo erano. Commettevano errori diversi. Significa però che non avevano a disposizione un tasto capace di ottenere immediatamente silenzio e attenzione. Oggi quel tasto invece esiste e premerlo è infinitamente più semplice che inventare una storia per la ventesima volta.

Ci siamo dunque persi per strada una parte di quel ruolo così complicato, faticoso e fondamentale? O abbiamo semplicemente trovato qualcuno a cui delegarlo? Una babysitter luminosa, silenziosa, sempre disponibile e con la batteria ricaricabile.

Poi è arrivata l'Intelligenza Artificiale

Ed è proprio qui che il mio discorso potrebbe sembrare contraddittorio, perché se sono estremamente critico nei confronti dell'uso passivo della tecnologia, sono invece profondamente affascinato da ciò che sta accadendo con l'Intelligenza Artificiale.

A mio avviso questa è la vera grande rivoluzione tecnologica dopo Internet. Non ci sono app o social media che tengano: gli LLM e l'IA generativa stanno modificando il modo in cui cerchiamo informazioni, studiamo, lavoriamo, scriviamo, programmiamo, creiamo e organizziamo le nostre conoscenze.

Siamo soltanto all'inizio e i risultati che vediamo oggi, con ogni probabilità, tra qualche anno ci sembreranno primitivi. Ma proprio perché lo strumento è così potente, la domanda diventa ancora più importante: cosa decidiamo di farne?

Da padre di una ragazza di tredici anni è un aspetto che non posso assolutamente permettermi di trascurare. A mia figlia ho vietato i social network e consentito invece l'accesso all'Intelligenza Artificiale. A qualcuno sembrerà un paradosso. Ma come? Le permetto di parlare con una macchina ma non di stare su Instagram o TikTok?

Esatto.

Per me il paradosso non esiste. Un'IA, se usata bene, può stimolarla a fare una domanda in più. Un social è costruito anche per convincerla a fare uno scroll in più. E tra una domanda e uno scroll, da padre, ho già scelto.

Una risposta non è conoscenza

Naturalmente anche l'Intelligenza Artificiale può diventare la più straordinaria macchina per non pensare mai inventata dall'uomo. Basta usarla nel modo sbagliato. Per questo spesso mi siedo accanto a mia figlia mentre la utilizza. Cerco soprattutto di farle capire che non deve diventare una scorciatoia per ridurre ai minimi termini i compiti del giorno. Ottenere la soluzione di un problema di matematica in dieci secondi non serve a nulla se poi si trascrive soltanto il risultato sul quaderno. Far tradurre un testo di latino e copiarlo senza aver capito perché una frase sia stata costruita in quel modo significa aver ottenuto una risposta e non aver imparato qualcosa.

«Usala per approfondire. Se qualcosa non ti è chiara, fai domande. Chiedile di spiegartelo in un altro modo. Impara a formulare la domanda giusta per arrivare dritta al punto. Fai in modo che ogni sessione sia un'occasione per imparare, conoscere e non per saltare un ragionamento.»

Ed è una differenza enorme. Sono convinto che la vera abilità che dovremmo insegnare ai ragazzi non è ottenere risposte. Quelle diventeranno sempre più facili e veloci da ottenere. Forse arriveremo anche al punto in cui avere una risposta non avrà quasi più valore.

Il vero valore sarà mettere i ragazzi in condizioni di saper formulare la domanda giusta, comprendere la risposta e avere abbastanza pensiero critico per accorgersi quando quella risposta è sbagliata. Altrimenti avremo costruito la più grande macchina della conoscenza della storia per utilizzarla solo come una gigantesca copiatrice di compiti.

Sarebbe un capolavoro. Di stupidità.

Il problema non è lo schermo. Siamo noi

Torniamo per un attimo ancora allo smartphone e ai social network. Abbiamo progressivamente abituato noi stessi e inevitabilmente anche i più giovani a un mondo fatto di stimoli rapidissimi. Notifiche, video di pochi secondi, messaggi, like, reazioni. Contenuti che scorrono continuamente sotto il dito di una mano.

Tutto deve accadere subito. Se qualcosa non ci interessa nei primi secondi, passiamo oltre. Passiamo a un altro video, un'altra notizia, un'altra persona, un'altra indignazione, un'altra risata, un altro pensiero. E allora mi domando cosa accada quando questo meccanismo incontra qualcosa che invece richiede tempo. Ad esempio leggere un libro, ascoltare una lezione, una conversazione lunga, un ragionamento complesso.

Abbiamo iniziato a considerare la noia quasi una patologia da curare. Appena compare un momento vuoto, estraiamo il telefono. In ascensore, alla fermata dell'autobus, in fila. Al ristorante mentre l'altra persona va in bagno. A volte persino mentre qualcuno ci sta parlando. Forse uno dei rischi più sottovalutati non è che i nostri figli utilizzino troppo la tecnologia, ma che noi adulti abbiamo già mostrato loro come diventarne dipendenti. E poi chiediamo agli esperti come proteggerli. C'è qualcosa di illogico.

L'illusione dei social network

Personalmente uso la tecnologia quasi esclusivamente per imparare, conoscere, creare e lavorare. Non uso i social network, anche se possiedo ancora un profilo Facebook aperto ai tempi della sua nascita e abbandonato ormai da oltre un decennio. All'inizio mi sembrava un'idea straordinaria. Ritrovare persone perse di vista, condividere esperienze, abbattere distanze e tempi. Poi qualcosa è cambiato. O forse abbiamo semplicemente scoperto cosa sarebbe diventato quel gigantesco esperimento sociale una volta incontrati pubblicità, profilazione, algoritmi e miliardi di esseri umani affamati di attenzione.

Continuo a pensare che i social network abbiano dato un contributo enorme all'impoverimento relazionale e culturale degli ultimi anni, ma non credo siano gli unici responsabili, naturalmente. Assolverli però dicendo semplicemente «dipende dall'uso che se ne fa» mi sembra ormai troppo comodo. Perché se costruisci uno strumento affinché catturi la mia attenzione il più a lungo possibile, studi ciò che guardo, ciò che ignoro, ciò che mi irrita e ciò che mi fa reagire, non puoi poi comportarti come se il modo in cui lo utilizzerò fosse esclusivamente un problema mio.

E c'è un altro aspetto che trovo ancora più inquietante. Ci era stato promesso un mondo nel quale tutti avrebbero potuto parlare. Bene, sembra lo abbiamo ottenuto. Ma forse ci siamo dimenticati di chiederci se avere qualcosa da dire fosse la stessa cosa che avere qualcosa di interessante da dire.

La mancanza del contatto visivo, il tono della voce che scompare, la distanza e quel falso senso di anonimato che regala uno schermo hanno completato il lavoro. Persone che probabilmente non alzerebbero la voce davanti a uno sconosciuto diventano improvvisamente aggressive dietro una tastiera. Si insulta, si giudica, si semplifica. Si divide il mondo in buoni e cattivi e soprattutto si reagisce. Perché reagire è veloce, invece pensare richiede tempo.

Liberi di esprimerci. Ma siamo davvero noi?

Si dice che i social abbiano dato a tutti la possibilità di esprimersi liberamente. È vero. Ma cosa abbiamo deciso di farne, di quella libertà? Ci esprimiamo davvero oppure ripetiamo la voce di qualcun altro? Ci mostriamo per ciò che siamo o per come vorremmo essere? Condividiamo qualcosa perché sentiamo il bisogno di comunicarlo oppure perché abbiamo bisogno che qualcuno confermi di averci visto?

Fotografiamo un tramonto perché è bellissimo o solo perché dobbiamo dimostrare agli altri che eravamo lì? Andiamo a un concerto per ascoltare chi suona o per registrare trenta video che probabilmente non guarderemo mai? Mangiamo una cosa buona o prima dobbiamo fotografarla? Viviamo ancora l'esperienza oppure abbiamo cominciato a vivere la sua rappresentazione?

È questo, forse, il paradosso più grande dei social network. Abbiamo costruito il più potente sistema della storia per mostrarci agli altri e rischiamo di utilizzarlo soprattutto per nasconderci dietro una versione accuratamente selezionata di noi stessi.

La grande delega

Alla fine torno a quel bambino della pubblicità con uno smartphone enorme nelle sue mani piccolissime. A pensarci bene il punto non era neppure stabilire se quella pubblicità fosse giusta o sbagliata. Il punto era ciò che quell'immagine ha finito per rappresentare nella mia testa durante quel viaggio tra Fiumicino e Ostia: la delega.

Abbiamo delegato allo smartphone gran parte delle nostre funzioni e responsabilità. Al navigatore il senso dell'orientamento. Ai social le nostre relazioni. Agli algoritmi la scelta di ciò che guardiamo, allo schermo la gestione della noia. E adesso possiamo delegare all'Intelligenza Artificiale perfino una parte del nostro ragionamento.

Non necessariamente è un male. L'umanità ha sempre inventato strumenti per liberarsi da alcune attività e poterne affrontare altre più complesse. È anche così che siamo progrediti. Ma esiste una differenza enorme tra delegare un compito e delegare una capacità.

Uso il navigatore perché mi porta più velocemente a destinazione: benissimo. Uso una calcolatrice perché non voglio perdere tempo con un calcolo: perfetto. Uso l'IA per comprendere più velocemente qualcosa di complesso: straordinario. Ma se senza navigatore non so più orientarmi, senza telefono non riesco più ad aspettare cinque minuti, senza social non riesco più a sentirmi parte di qualcosa e senza IA non riesco più a costruire un ragionamento, non sto più utilizzando degli strumenti: sono gli strumenti che stanno modificando me.

Togliere, ogni tanto

Non credo che la soluzione sia combattere la tecnologia, sarebbe ridicolo e sarebbe soprattutto inutile. La tecnologia è un amplificatore straordinario. Può amplificare la conoscenza, la creatività, la curiosità, le capacità e persino le relazioni. Ma può di contro amplificare anche la pigrizia, l'aggressività, la superficialità e la dipendenza.

Dipende certamente da ciò che trova dall'altra parte dello schermo. Ma dipende anche da come quello schermo è stato progettato. Per questo credo che il compito più importante, soprattutto con i nostri figli, non sia proteggerli dalla tecnologia, ma insegnare loro a padroneggiarla prima che imparino a dipenderne.

Uno smartphone possiamo consegnarglielo in qualsiasi momento. Un social network può intrattenerli per ore. Un'Intelligenza Artificiale può rispondere loro in pochi secondi. Ma prima di mettere nelle loro mani strumenti capaci di dare quasi tutte le risposte, dovremmo assicurarci di aver insegnato loro qualcosa di molto più antico: pensare, annoiarsi, aspettare, parlare. Guardare qualcuno negli occhi. Sbagliare e provare di nuovo. Tutte attività terribilmente inefficienti, ma proprio per questo profondamente umane.

Ripenso allora a quella raccomandazione ascoltata alla radio: niente smartphone tra zero e tre anni. Ok, giustissimo. Ma il problema non è più soltanto chiederci quando sia giusto mettere uno smartphone nelle mani di un bambino. Il vero problema è cominciare a chiederci quando sia arrivato il momento di toglierlo dalle nostre.