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ARAndrea Roselli
famiglia
26 ago 2026 13 min di lettura

La casa dove sono cresciuto

Se mi chiedessero dove abito, risponderei Roma. Ma se mi chiedessero dove sono cresciuto, la risposta sarebbe un'altra: in una casa al mare a Fiumicino, quella dei miei nonni.

Se oggi qualcuno mi chiedesse: «Dove abiti?», risponderei a Roma, nella casa che una volta era di mio nonno. Se mi chiedesse invece: «Dove abitavi prima?», risponderei a casa di mia madre, insieme a lei e a mio fratello. Ma se la domanda fosse: «Dove hai vissuto? Dove sei cresciuto?», allora la risposta cambierebbe completamente:

Nella casa al mare dei miei nonni, a Fiumicino.

È lì che ho trascorso una parte enorme del tempo più importante della mia vita. Quello in cui cresci, impari, osservi, assorbi, ricevi. Il tempo che, anno dopo anno, ha contribuito a farmi diventare quello che sono oggi. Se però mi chiedessero quale sia la prima immagine che mi viene in mente pensando a quella casa, allora sarei in difficoltà. Ce ne sono troppe. Alcune lontanissime, altre invece nitide ancora oggi.

Forse, però, su tutte sceglierei il Natale. O magari una delle tante domeniche a pranzo, quando dopo aver mangiato iniziavamo a cantare tutti insieme canzoni e stornelli romani. Quanto piaceva ai miei nonni cantare di Roma. Solitamente succedeva dopo pranzo, mentre aspettavamo il caffè. Io mi mettevo a suonare un vecchio Elka, un organo elettronico che esiste e funziona ancora oggi e che mio nonno aveva persino aggiornato collegandogli un arranger esterno della Roland.

Io suonavo, loro cantavano e cantavano fino a quando avevano fiato.

Una casa costruita per tutti

La casa di Fiumicino esisteva già prima che io nascessi. In origine era piccolina, costruita su un grande lotto di terra di circa mille metri quadrati che mio nonno aveva acquistato alla fine degli anni Cinquanta, pochi anni dopo la nascita di mia madre. All'inizio non c'erano né luce né gas. Funzionava tutto a petrolio. Era davvero un'altra epoca e quella che sarebbe diventata la grande casa della nostra famiglia, allora, era soltanto una piccola casa al mare.

Nel corso degli anni subì due ristrutturazioni, ma quella realizzata nel pieno degli anni Settanta fu certamente la più importante. La casa cambiò completamente: venne costruito il primo piano e, sopra ancora, la mansarda. Bisognava fare spazio. Spazio per i figli, per i nipoti, per quelli che sarebbero arrivati. Spazio perché quella casa potesse accoglierci tutti. Credo fosse questo il vero progetto di mio nonno. Non un investimento immobiliare, ma un investimento sulla famiglia. Una grande casa al mare, vicinissima a Roma, che potesse diventare un punto di incontro, quasi di congiunzione, per tutti noi. E fu esattamente quello che accadde. A distanza di tanti anni, il tempo gli ha dato ragione. Siamo ancora in tanti a vivere quella casa, esattamente come probabilmente l'aveva immaginata lui.

Quando ci penso, per me ricordare è facile. È cambiato poco. Forse quasi nulla. Il grande cancello che dà accesso al giardino e al viale che conduce al portone d'ingresso è ancora lo stesso, anche se ha perso la sua tettoia originale. Non ci sono più, invece, le due enormi palme che per oltre vent'anni erano cresciute ai lati del giardino. Il punteruolo rosso le devastò entrambe a metà degli anni Duemila.

Ma per il resto c'è ancora tutto. La grande cucina e l'enorme salone, testimoni di centinaia di feste, pranzi, Natali e domeniche trascorse insieme, sono ancora lì. C'è ancora lo scrittoio di mio nonno. C'è una vecchia credenza in stile country. E ci sono ancora i quadri del mio bisnonno Andrea, appesi un po' ovunque, come se anche lui continuasse in qualche modo ad abitare quegli spazi. Quando entro in quella casa non devo fare grandi sforzi per ricordare. C'è tutto.

C'è ancora la grande famiglia.

Quando la casa si riempiva di vita

Da piccolo dormivo nella cameretta al primo piano insieme a mio fratello. D'estate si stava bene. Il primo risveglio arrivava quasi sempre alle prime luci dell'alba, con l'abbaiare dei cani del vicinato. Quello definitivo, invece, con i rumori di chi in casa aveva già cominciato a fare qualcosa.

E su tutti arrivava mia nonna.

Il rumore dei suoi passi mentre scendeva la scala di legno lo sento ancora oggi. Così come ricordo perfettamente quello che mi aspettava poco dopo, quando entravo in cucina per fare colazione: il profumo di qualcosa che lei stava già cucinando dalle prime ore del mattino.

La giornata estiva, quando eravamo ancora piccoli, aveva un ritmo quasi sempre uguale. Colazione, preparativi e poi tutti al mare. Si tornava a casa per pranzo e nel pomeriggio di nuovo in spiaggia, fino a sera. Con il crescere e le nuove esigenze di un adolescente, mia nonna o mamma spesso ci permettevano di trascorrere l'intera giornata, senza interruzioni, con gli amici alla Bussola, lo stabilimento balneare che sarebbe stato il nostro punto di riferimento per oltre dieci anni.

Ma la domenica no. La domenica si doveva tornare necessariamente a casa. C'era il pranzo più importante della settimana e doveva esserci tutta la famiglia. Mio nonno ci teneva davvero tanto. Se faceva troppo caldo mangiavamo dentro, altrimenti ci sistemavamo fuori. Una cosa, però, non cambiava mai: la disposizione dei posti. Nonno a capotavola, alla sua destra e alla sua sinistra, io e mio fratello. Gli altri potevano sistemarsi più o meno liberamente, ma quei tre posti erano quelli. Sempre.

D'inverno la stessa casa cambiava completamente. Nella nostra cameretta al primo piano faceva un po' freddo e mia nonna, puntualmente, tirava fuori le lenzuola di flanella di Stanlio e Ollio, rappresentati come in un fumetto.

Che ricordi.

Mi piacevano tantissimo. Erano calde, morbide, confortevoli. Una di quelle piccole cose che allora sembravano assolutamente normali e che, a distanza di tanti anni, mai ti saresti immaginato di ricordare ancora così chiaramente.

La casa al mare, però, non viveva tutto l'anno. Alla fine dell'estate veniva chiusa. Sarebbe tornata a riempirsi soprattutto a Natale, a Pasqua e poi all'inizio della nuova stagione estiva. Di tanto in tanto accompagnavo i miei nonni a Fiumicino per farle prendere un po' d'aria. E quella era un'altra casa. Ricordo ancora l'odore di chiuso che ti accoglieva appena ci mettevi piede dentro. I mobili coperti con vecchie lenzuola, un po' di polvere qua e là, e il vuoto, il silenzio.

A me sembrava la casa dei fantasmi dei film. Ed era triste vederla così. Solo poche settimane prima era stata chiassosa, colorata, briosa, piena di persone che entravano e uscivano. Improvvisamente era silenziosa e spenta. Come se, dopo aver ospitato tutti noi, avesse bisogno di riposarsi un po' anche lei.

Poi arrivava Natale. E la casa si svegliava di colpo. Ci trasferivamo lì per tutte le vacanze scolastiche e tornavano le voci, i rumori, gli odori della cucina. Tornavano soprattutto le persone. Quante tavolate e quanta gente è passata da quella casa.

Il 25 dicembre, per quanti eravamo, capitava di dover preparare anche tre tavolate. Zii e cugini arrivavano da ogni parte per ritrovarsi tutti insieme, tra risate, confusione e piatti della nostra tradizione che passavano continuamente da una parte all'altra della stanza. Era esattamente ciò per cui quella casa era stata ingrandita. Oggi, quando ripenso a quelle giornate e a tutta quella gente stretta intorno a quelle tavole, sono sempre più convinto che il progetto di mio nonno sia andato persino oltre ciò che lui stesso aveva immaginato. Non aveva semplicemente costruito una casa abbastanza grande da contenerci tutti.

Aveva costruito il posto in cui tutti avremmo continuato a tornare.

Il tempo delle esperienze

In quella casa ho trascorso anche il tempo delle esperienze. Quello che è servito per passare dall'essere bambino all'adolescenza e poi diventare un giovane adulto. Soprattutto d'estate, la casa aveva assunto un nuovo ruolo. Era diventata una sorta di quartier generale della grande comitiva di amici che io e mio fratello avevamo costruito insieme.

Il citofono suonava in continuazione, dalla mattina fino a sera.

«Che c'è Fabio o Andrea?»

Era la domanda di rito. Quando non eravamo al mare ci ritrovavamo in mansarda. Il più delle volte giocavamo a ping pong, altre per raccontarci storie, ridere, perdere tempo o programmare la prossima festa. E di feste quella casa ne ha viste centinaia. Ricordo ancora quella che considero più o meno la prima degna di essere chiamata davvero festa.

Era il 1984.

Un'attrezzatura musicale a dir poco improbabile mandava su Mixage e noi eravamo tutti disposti intorno nell'enorme salone di casa. Seduti, immobili, tremendamente timidi. C'erano anche tante ragazze e probabilmente nessuno di noi aveva ancora capito bene cosa avrebbe dovuto fare. Che imbarazzo quel giorno. Poi, fortunatamente, crescemmo. Le feste successive furono tutta un'altra cosa e alcune delle più riuscite arrivarono a Capodanno. Nel frattempo anche l'attrezzatura era cresciuta insieme a noi. La musica finalmente suonava forte, chiara e nitida. E al mixer c'ero io. Fare il DJ era diventata una delle mie passioni e, almeno a sentire gli altri, sembra che mi riuscisse anche piuttosto bene.

Ripensandoci oggi, mi piace immaginare quel passaggio. Qualche anno prima ero davanti all'Elka ad accompagnare i miei nonni mentre cantavano Roma aspettando il caffè. Poi ero dietro un mixer a scegliere la musica per far ballare i miei amici. Oggi ho una nuova tastiera e un'attrezzatura di tutto rispetto per provare a ripetere qualcosa vissuta nel passato.

Sono cambiate le canzoni, sono cambiate le generazioni, ma la casa ha continuato a riempirsi di musica.

Quella casa ha conosciuto praticamente tutti. I miei amici, le mie amiche, persino le prime fidanzatine. Ha visto la mia Vespa e poi la mia prima moto, parcheggiate alla fine di quel lungo viale, nello stesso punto dove oggi parcheggio la moto che ho adesso.

Sono cambiato io col tempo, sono cambiati i mezzi con cui sono arrivato fin lì, le persone che frequentavo, la musica che ascoltavo, la mia età e inevitabilmente la mia vita. Ma quel pezzo di viale, invece, è ancora lì.

Ah, se quella casa potesse raccontare.

Il tempo passava. Io crescevo, facevo esperienze, cambiavo. Lei rimaneva lì. Solida e apparentemente immutabile. Sempre pronta ad accogliermi.

L'unica volta in cui mi allontanai

Di tutti gli anni che ho vissuto, nessuno è mai riuscito davvero a portarmi via da quella casa. Credo anzi che, facendo i conti, ancora oggi abbia trascorso più tempo lì di quanto ne abbia passato nelle case in cui sono andato a vivere una volta lasciata quella di mia madre.

C'è stato però un periodo diverso dagli altri. Un periodo in cui da quella casa non ero andato via, ma ero diventato quasi soltanto di passaggio. Entravo, salutavo i miei nonni e mia madre e poi ripartivo. Era il periodo della mia separazione. Probabilmente avevo bisogno di allontanarmi da troppe cose e, forse, anche da troppi ricordi. Stare con gli amici, uscire, viaggiare mi aiutava. In quel momento sicuramente più che rimanere lì, dentro una casa che conteneva praticamente tutta la mia vita.

Ogni tanto, ripensandoci, mi faccio una domanda un po' strana.

Le avrò fatto un torto?

Avrei potuto lasciarmi accogliere ancora una volta da lei? Tutte le gioie che mi aveva regalato fino a quel momento sarebbero riuscite a contrastare la sofferenza che stavo vivendo? Quelle stanze, i ricordi, la mia famiglia avrebbero potuto aiutarmi a superare quel periodo invece di spingermi a cercare altrove un po' di leggerezza? Non lo so e probabilmente non lo saprò mai. So però che non l'ho mai abbandonata. Mi sono soltanto allontanato per un po' e non appena è stato possibile sono tornato. Ma questa volta non da solo. Con me c'era la mia nuova compagna e nella sua pancia mia figlia.

Qualcuno parte, qualcuno arriva

Si sa, lo abbiamo detto più volte, il tempo passa, gli anni avanzano, si cambia, si cresce, si invecchia. Qualcuno arriva e qualcuno, inevitabilmente, ci lascia. Anche quella casa, che per tanto tempo mi è sembrata immutabile, ha dovuto assistere a tutto questo. La casa alla quale mio nonno aveva dato vita ha visto andare via prima lui e, qualche anno dopo, mia nonna. Le due persone che più di tutte l'avevano voluta, costruita, trasformata e riempita. Entrambi hanno trascorso lì anche gli ultimi giorni della loro vita. E forse non avrebbe potuto essere altrimenti.

Ma mentre qualcuno se ne andava, qualcun altro arrivava. La casa ha visto arrivare mio cugino, i miei nipoti e infine Emma. Quasi settant'anni di famiglia passati attraverso lo stesso cancello. Generazioni diverse, vite diverse, bambini diventati adulti e nuovi bambini arrivati a prendere il loro posto. Ed è proprio guardando loro che oggi mi faccio una domanda.

Ci sarà qualcuno capace di fare per questa casa quello che hanno fatto mio nonno e mia nonna, poi mia madre, mia zia e, nel mio piccolo, anch'io?

Non conosco la risposta. So soltanto che immaginare un futuro senza di lei, senza la casa della nostra famiglia, mi sconvolge. Mi provoca un disagio difficile da spiegare. Forse perché oggi vedo Emma viverla quasi esattamente come l'ho vissuta io. Dorme nella stessa cameretta dove dormivamo io e mio fratello. Ci trascorre l'estate. Ci passa le vacanze scolastiche. Spesso ci studia anche durante l'inverno. La vedo muoversi in quelle stanze e a volte mi sembra come se qualcosa fosse ricominciata da capo.

Il tempo passa anche per le case

Da circa trent'anni in quella casa vive stabilmente mia madre. È lei che oggi se ne prende cura. Che controlla che tutto funzioni, che sistema, prepara e cerca di renderla ogni volta più confortevole quando arriviamo noi o arrivano i nipoti. In qualche modo ha raccolto il testimone. Ma il tempo è passato anche per la casa e oggi anche lei avrebbe bisogno di essere curata. Una casa così grande richiede interventi importanti e uno sforzo economico altrettanto importante. E allora inevitabilmente arriva la domanda più concreta, quella dalla quale è difficile scappare:

vale ancora la pena rimetterla a posto?

Io risponderei immediatamente: dipende. Dipende dall'obiettivo. Se fosse ancora quello di mio nonno, non avrei alcun dubbio. Se significasse restituirle altri anni di vita perché continui a essere il luogo nel quale la famiglia si incontra, nel quale i bambini crescono, gli adulti ritornano, si apparecchiano tavole grandi, si festeggiano i Natali, si passa l'estate, si studia, si ride, si litiga e poi si torna a stare insieme, per me la risposta sarebbe semplicissima.

Sì.

Ma se l'obiettivo fosse diverso? Se quella casa dovesse diventare soltanto qualcosa da possedere, dividere, amministrare o valutare? Allora tutto cambierebbe. Ed è qui che sento salire dentro di me un senso di disagio profondo.

Oggi la decisione più difficile è nelle mani di mia zia e di mia madre. E le capisco quando hanno dubbi. Da una parte c'è lo sforzo necessario per permettere alla casa di famiglia di continuare a vivere. Dall'altra c'è il tempo, con le sue ragioni, le sue necessità e quell'inevitabile capacità di trasformare prima o poi ogni cosa. Anche ciò che pensavamo, una volta, dal mondo delle favole, sarebbe rimasto per sempre.

Avere ancora un posto da indicare

Forse è proprio per questo che, se oggi qualcuno mi chiedesse ancora una volta «Dove abiti?», risponderei a Roma. Se mi chiedesse «Dove abitavi?», avrei un'altra risposta. Ma se mi chiedesse «Dove sei cresciuto?», non avrei bisogno di pensarci neanche un secondo.

A Fiumicino, in quella casa.

Per me, non è mai stata soltanto una casa. È il posto dove i miei nonni hanno costruito una famiglia abbastanza grande da sopravvivere persino alla loro assenza. È il posto dove sono diventato quello che sono. Ed è il posto dove oggi vedo mia figlia cominciare a costruire i suoi ricordi.

Non so cosa ne sarà domani. So soltanto che vorrei che, fra molti anni, qualcuno della generazione che oggi corre ancora per quelle stanze potesse ricevere la stessa domanda:

«Dove sei cresciuto?»

E magari avere ancora un posto preciso da indicare.