L'ultima partita
Nel 1981 un ragazzino si chiese E ora che faccio?, solo in mezzo a una squadra che non conosceva ancora. Quarant'anni dopo la domanda è rimasta la stessa. È cambiata soltanto la partita.
Prima di entrare in campo
Di come sia arrivato su un campo da rugby l'ho già raccontato in un altro articolo. Quello che non ho ancora raccontato, però, sono le ragioni per cui ci sono arrivato.
Forse fu la stanchezza emotiva accumulata durante l'ultimo anno di judo. La ripetizione continua degli stessi identici allenamenti, sempre dentro lo spazio ridotto di una palestra. Probabilmente furono queste le principali motivazioni che spinsero mia madre a proporci un'alternativa.
Era il 1981 quando, percorrendo in macchina quasi per caso via delle Tre Fontane, a Roma, notò una locandina che pubblicizzava un famoso club rugbistico romano. Non esitò a cogliere l'occasione e, poco dopo, propose a me e a mio fratello una strada completamente nuova: quella del rugby.
Nonostante fossi ormai annoiato dal judo, ricordo che alle parole di mamma provai un leggero disorientamento. Il cambiamento, in effetti, non era da poco. Da uno sport individuale a uno sport di squadra. Da una palestra al piano terra di una palazzina al campo immenso di un centro sportivo. Ma la differenza che avvertii davvero, quella più importante per me, fu un'altra: gli altri.
Non conoscevo nessuno. Molti di loro, invece, si conoscevano già da anni. Erano cresciuti insieme su quel campo, avevano condiviso allenamenti, partite, vittorie e sconfitte. Loro erano già una famiglia. Io dovevo riuscire a entrarci.
Fui subito diviso da mio fratello, per ovvie ragioni di categoria legate all'anno di nascita. E così, improvvisamente, mi ritrovai solo in mezzo a tanti altri.
E ora che faccio?, mi dissi. Fu Enrico a togliermi dall'impaccio. Il mio nuovo allenatore.
«Fai quello che ti senti»
Enrico mi presentò agli altri. Poi, senza troppe spiegazioni, mi disse: «Per il momento schierati all'ala, fai quello che ti senti di fare e ricordati soltanto una cosa: la palla puoi passarla solo ai compagni di squadra che sono dietro di te».
Tutto qui.
A pensarci oggi, forse fu proprio quella semplicità ad aiutarmi. Venivo da uno sport individuale, da allenamenti diventati ormai ripetitivi, da uno spazio chiuso nel quale ogni gesto veniva provato e riprovato. Improvvisamente mi trovavo su un campo enorme, insieme ad altri ragazzi, con qualcuno che mi diceva di andare là fuori e fare quello che mi sentivo.
Di quelle prime settimane non ricordo molto. A parte l'imbarazzo della prima doccia tutti insieme, altra piccola rivoluzione per chi arrivava da un mondo completamente diverso, il resto è rimasto piuttosto sfocato. Ricordo benissimo, invece, il momento della svolta.
La mia prima partita.
Giocavamo contro l'Ostia ed Enrico mi schierò ancora all'ala. Alla prima vera occasione che mi capitò entrai in area di meta e segnai, mandando a vuoto due difensori avversari. Fu un gesto istintivo, naturale. E forse fu proprio la disinvoltura con cui lo feci a cambiare qualcosa nei giorni seguenti.
Quella meta segnò l'inizio di due storie: la prima fu la mia passione per il rugby, la seconda mi avrebbe portato verso quello che sarebbe diventato il mio ruolo per oltre vent'anni: il mediano di mischia.
L'intuizione fu proprio di Enrico. Negli allenamenti successivi mi capitò più volte di riproporre quel tipo di giocata partendo da posizioni diverse del campo. Istinto, intraprendenza, coraggio, carattere e velocità lo convinsero definitivamente. A quanto pare aveva trovato il mediano di mischia che cercava da tempo. E così quello diventò il mio ruolo.
Una famiglia chiamata squadra
Enrico mi allenò per due anni. Furono gli anni nei quali imparai le basi, cominciai a conoscere veramente il gioco e, soprattutto, iniziai a sentirmi parte di quel mondo che poco tempo prima mi aveva fatto chiedere: E ora che faccio?
Poi arrivò il momento di salire di categoria, nelle Aquile, e arrivò Sandro.
Se Enrico era stato colui che mi aveva aperto la porta del rugby e aveva intuito quale potesse essere il mio posto in campo, Sandro fu quello che diede a me, e a molti di noi, l'opportunità di crescere davvero e di arrivare in alto. Con lui la squadra cominciò a viaggiare a gonfie vele. Alcuni articoli di giornale ci definirono "un rullo compressore". Finché giocammo nel campionato regionale, soltanto il Frascati e la Lazio riuscivano seriamente a fermarci.
A detta di molti, con la palla in mano ero diventato un vero problema per gli avversari. Già a tredici anni riuscivo spesso a leggere in anticipo molte situazioni di gioco. Ma non credo fosse soltanto una questione tecnica. Ero istintivo, veloce, intraprendente. Ero soprattutto generoso. Mi sacrificavo continuamente per il gioco della squadra e mi battevo per gli altri incondizionatamente. Ovunque. Sempre.
Credo sia stato anche per questo che, dopo non molto tempo, diventai il capitano della squadra.
Sandro faceva il resto. Ci faceva stare bene. Sembra una cosa semplice, detta così, ma credo fu uno dei suoi risultati più importanti. Stavamo bene insieme, ci sentivamo forti insieme e, lentamente, quel gruppo di ragazzi diventò qualcosa di diverso da una semplice squadra. Sandro era riuscito a costruire una famiglia, la nostra. E guai a chi si metteva di mezzo.
Pullman, mortadella e ghiaccio
Le trasferte erano un capitolo a parte. Ci muovevamo in pullman e non importava che il viaggio fosse lungo o corto: per noi era fantastico a prescindere. Il pullman era un prolungamento dello spogliatoio e forse anche del campo. Si partiva insieme, si giocava insieme e si tornava insieme.
Ripenso con grande nostalgia a Gastone, dirigente della squadra e papà di Gianluca, uno dei nostri compagni. Arrivava al campo con il suo immancabile trench beige e una mitica Alfa Romeo Fulvia grigia.
Non ci faceva mancare nulla anche lui. Nemmeno la Coca-Cola calda e quei panini con la mortadella talmente alti che, quando provavi a morderli, era praticamente impossibile riuscire a prendere contemporaneamente entrambe le fette di pane.
Erano altri tempi. E non c'era soltanto Gastone. C'era mia madre e i genitori dei miei compagni, che ci seguivano praticamente ovunque per sostenerci. Intorno a quella squadra si era creato un piccolo mondo fatto di giocatori, allenatori, dirigenti, famiglie e personaggi che ancora oggi ricordo con una nitidezza sorprendente.
Potrei raccontare qualcosa di ognuno di noi e scriverci anche un libro. Eravamo tutti diversi, e anche tanto diversi, ma messi insieme riuscivamo a completare un puzzle straordinario. E di stravaganza, dentro quel puzzle, ne circolava parecchia.
C'era per esempio il mitico Doc, Carlo Pellegrino, allora tirocinante di medicina, che ci seguiva ogni domenica. Qualunque fosse l'infortunio, la terapia sembrava essere sempre la stessa. «Che ti sei fatto? Vieni qui, fammi vedere... Metti ghiaccio oggi e domani e vedrai che da martedì sarai di nuovo in campo».
Qualunque cosa fosse successa. E in qualche modo il martedì tornavamo davvero ad allenarci.
Poi c'era Sandro.
Al torneo Aldo Milani di Rovigo stavamo giocando una semifinale nello storico stadio Battaglini. A un certo punto Checco, che giocava in prima linea e che quindi avrebbe avuto ben altri compiti, raccolse il pallone e decise inspiegabilmente di calciarlo in alto. Un gesto che normalmente sarebbe spettato all'apertura. Il calcio non fu esattamente memorabile. Lo fu invece ciò che accadde un istante dopo. Da fuori dal campo arrivò la voce di Alessandro, che sottolineò a modo suo l'enormità di quanto aveva appena visto: una cosa inaudita, vergognosa, tecnicamente mal riuscita, mai vista in tanti anni di rugby e, come se non bastasse, consumata da uno dei suoi giocatori proprio lì, in uno dei templi storici del rugby italiano. Il Battaglini di Rovigo!
Sentirlo fu irresistibile.
Che periodo eccezionale della vita.
Giocavamo per vincere, certo. Ci allenavamo duramente, affrontavamo squadre fortissime e prendevamo tutto sul serio quando c'era da farlo. Ma intorno alla competizione esisteva un mondo fatto di amicizia, ironia, risate, genitori, pullman, panini esagerati, Coca-Cola calda, ghiaccio buono per qualsiasi infortunio e personaggi che, senza saperlo, stavano costruendo alcuni dei ricordi più belli della nostra adolescenza.
Il rugby era il motivo per cui ci trovavamo lì e quello che stavamo costruendo insieme era già molto più grande di una partita.
A un punto dallo scudetto
Poi arrivò il 1987.
Per la prima volta giocammo la finale per lo scudetto italiano. Per arrivarci avevamo superato partite memorabili contro l'Amatori Catania e la Scavolini L'Aquila.
La finale si sarebbe giocata a Treviso contro il Fracasso San Donà. Per noi era la prima volta. Loro, invece, di finali ne avevano già giocate diverse e avevano una squadra davvero forte. Sapevano probabilmente gestire meglio di noi quei momenti nei quali una partita pesa nella testa almeno quanto nelle gambe. Prima dell'incontro Sandro prese una decisione importante. Mancava un compagno di ruolo e decise di spostare me all'ala. Secondo lui era quella la debolezza che aveva bisogno di essere rinforzata.
Aveva ragione. Ma quella scelta ebbe anche un effetto collaterale: aveva tolto il volano della squadra. Al mio posto giocò Billo, che mi sostituì egregiamente. Anche lui, però, era leggermente fuori ruolo e inevitabilmente vennero meno velocità e soprattutto imprevedibilità che riuscivamo normalmente a creare intorno alla mischia.
A circa metà del primo tempo Sandro rimise tutto a posto. Tornai a numero nove, mediano di mischia. E la partita cambiò. In poco tempo recuperammo gran parte dello svantaggio grazie a una meta mia proprio da mischia ordinata e una di mio fratello grazie a una galoppata di 50 metri. Tornammo pienamente in partita chiudendo il primo tempo 9 a 8 per il San Donà.
Un punto. Eravamo lì, con ancora un intero tempo davanti per provare a prenderci lo scudetto italiano. Ma non bastò. Per vincere quella domenica sarebbe servito sangue freddo. E noi lo avevamo fin troppo caldo. Il San Donà non fece nulla di straordinario. Al contrario giocò un rugby semplice, pulito, solido, senza troppe sfumature. Noi provavamo a inventare, accelerare, reagire. Loro continuavano a fare bene le cose che sapevano fare. E alla fine vinsero.
Il talento conta. Il coraggio conta. La voglia di vincere conta. Ma ci sono momenti nei quali la differenza la fa la capacità di rimanere lucidi proprio quando tutto intorno ti spinge ad accelerare.
Bravi loro, ma bravi anche noi. Perché quel ragazzo che sei anni prima era entrato da solo in mezzo a una squadra che non conosceva e si era chiesto E ora che faccio?, quella domenica era a Treviso a giocarsi uno scudetto italiano insieme ai suoi compagni.
«State attenti al ragazzino»
Nel novembre dello stesso anno arrivò anche qualcosa che non mi aspettavo ancora. La mia prima convocazione in Serie A. Ad annunciarla fu Renato Speziali, il presidente dei presidenti della Rugby Roma Olimpic. Lo fece davanti a tutta la squadra e avrebbe dovuto essere uno di quei momenti nei quali un ragazzo esplode di felicità. Io, invece, non reagii propriamente così.
Non volevo andare.
Non perché avessi paura della Serie A. Non perché temessi il confronto con giocatori più grandi, più esperti o fisicamente più forti di me, ma perché non volevo lasciare la mia squadra. La mia famiglia.
Fu anche grazie a Sandro che alla fine accettai.
La settimana successiva cominciai ad allenarmi con la prima squadra e il sabato partii con loro per Padova. Avevo diciassette anni e mezzo e avrei giocato titolare.
Tra tutti ricordo Fabrizio Drago e Roberto Fazzini. Furono loro a prendermi letteralmente per mano. Senza di loro sarebbe stato tutto molto più difficile. La sera prima della partita mi portarono in giro per la città per farmi distrarre. Mi raccontarono storie, episodi divertenti, cercarono in ogni modo di farmi sentire a mio agio. Insomma, si stavano prendendo cura del ragazzino. Perché così mi chiamava Bruno Balestra, l'allenatore della prima squadra.
«State attenti al ragazzino».
Lo ripeteva continuamente. Ed effettivamente un ragazzino lo ero. Me ne accorsi anche entrando nello spogliatoio. Per la prima volta vidi rituali diversi da quelli ai quali ero abituato. Riscaldamenti personalizzati, fasciature differenti, preparazioni che ai miei occhi sembravano più serie. C'era una concentrazione diversa, un modo diverso di avvicinarsi alla partita. Era sempre rugby ma diverso o almeno lo sembrava prima di entrare in campo.
29 novembre 1987
Quel giorno non stavo nella pelle. Finalmente ero lì in campo per il saluto iniziale. Il cuore in gola, la tensione accumulata durante tutta la settimana e una quantità di pensieri che ricordo sparirono tutti nello stesso momento al calcio d'inizio.
Qualcuno, prima della partita, mi aveva dato un consiglio molto interessante, semplice direi. «Alla prima occasione placca subito forte. Deciso. Così rompi all'istante il ghiaccio». Fu esattamente quello che feci. Passarono pochi secondi e arrivò l'occasione.
Placcai e ruppi il ghiaccio.
Da quel momento accadde qualcosa che, ripensandoci oggi, sorprende ancora persino me. Il ragazzino smise di esistere. L'ansia dei giorni precedenti, il timore di non essere all'altezza della fiducia che avevano riposto in me, la differenza d'età, l'esperienza degli altri: una volta iniziata la partita non contava più niente. Giocai con disinvoltura e maturità. Giocai tutta la partita. E vincemmo 15 a 6.
Sono passati quasi quarant'anni da quel 29 novembre, eppure quell'immagine è ancora lì. Mi rivedo con i capelli ricci e la maglia bianconera, dietro al mio pack, in attesa del calcio d'inizio.
Il rugby non aspetta
Negli anni ho visto il rugby cambiare quasi radicalmente. È cambiato il punteggio, è cambiato il regolamento che ancora oggi continua a essere modificato, ed è cambiato soprattutto il modo di giocare. Velocità e impatti fisici hanno raggiunto livelli che allora sarebbero stati difficili persino da immaginare.
Stare al passo non era semplice. E per me, a un certo punto, lo diventò ancora meno.
Nel 1989 arrivò il primo grande infortunio. Stavamo giocando a Rovigo la semifinale per lo scudetto italiano quando il mio ginocchio si scontrò con la gamba di un avversario. Rotula e menischi furono compromessi seriamente e dovetti abbandonare il campo in ambulanza.
Quell'infortunio mi portò via molte cose tutte insieme. Le nazionali giovanili. Le regionali. E soprattutto il campo. Tornai ad allenarmi dopo circa un anno, ma ci vollero ancora diversi mesi prima di riuscire a giocare nuovamente una partita di campionato.
Un anno, a quell'età, è tantissimo. E mentre io ero fermo, il rugby naturalmente non lo era.
Alla Rugby Roma stavano arrivando gli effetti dei nuovi approcci per la gestione delle partite e della rosa. Per rimanere al passo con un movimento che si stava trasformando arrivarono allenatori e giocatori stranieri per facilitarne la comprensione. Cominciò a essere utilizzato sempre più frequentemente il turn-over. E, inevitabilmente, qualcuno aveva preso il mio posto anche in modo brillante.
Fu probabilmente allora che cominciarono ad arrivare i primi momenti veramente bui della mia vita sportiva. Fino a quel momento il rugby mi aveva dato moltissimo. Adesso cominciava a insegnarmi anche un'altra cosa: nessun posto rimane tuo soltanto perché lo è stato fino al giorno prima. Bisogna riconquistarlo. E qualche volta bisogna anche accettare che qualcun altro possa meritarselo.
Il prezzo di una scelta
Nel frattempo studiavo all'università. Ma giocando a rugby non potevi mantenerti. Per continuare ad allenarmi mattina e sera, alla fine del biennio di Fisica presi una decisione drastica. Lasciai gli studi. Allora mi sembrò una scelta semplice. Il rugby mi riusciva bene. Lo studio meno.
Il rugby era la mia vita. Lo studio no.
La risposta a casa fu inevitabile.
«Sei sicuro, Andrea? È davvero quello che vuoi? Anche se siamo contrari, fai pure. Ma ricordati che da questo momento dovrai cominciare a cavartela da solo».
Il significato era chiarissimo. Se quella era la strada che avevo deciso di percorrere, avrei dovuto conquistarmi anche la mia indipendenza economica. Dopo un corso professionale durato sei mesi entrai così nel mondo del lavoro. Nel giro di poco tempo, mettendo insieme il rimborso spese che ricevevo dal rugby e quello che cominciavo a guadagnare professionalmente, riuscii a rendermi indipendente.
Avevo trovato un equilibrio o almeno così sembrava. Perché il rugby continuava ad avere la precedenza su quasi tutto. Ogni permesso, ogni giorno di ferie che riuscivo ad avere finiva inevitabilmente lì: allenamenti, partite, trasferte. Lavoravo per mantenermi, ma continuavo a organizzare gran parte della mia vita intorno al rugby.
Se potessi tornare indietro con la testa che ho oggi, forse farei scelte diverse. Ma sarebbe troppo facile giudicare quel ragazzo utilizzando l'esperienza dell'uomo che sono diventato oggi. Quella scelta apparteneva a lui. E non la rimpiango.
Andare via e saper ritornare.
Continuai a giocare con la Rugby Roma fino al 2000. Poi qualcosa si ruppe. Non mi riconoscevo più nelle nuove politiche societarie e decisi di andare via. Rimasi lontano per alcuni anni da quella che, nel bene e nel male, era stata la mia casa rugbistica fin dal 1981.
Poi, nel 2005, tornai. Lo feci grazie a mio fratello e a Pino Lusi, l'allenatore di quell'anno, che avevo già conosciuto molto tempo prima nelle nazionali giovanili. A distanza di anni considero quel ritorno una delle decisioni più felici e importanti della mia vita da giocatore. Perché tornare non significò solo indossare nuovamente quella maglia, significò scoprire che potevo ancora giocare ad altissimi livelli, nella massima categoria italiana e persino in Europa, nella Parker Cup.
Ma significò soprattutto tornare nel luogo dal quale tutto era cominciato. Puoi cambiare squadra. Puoi perdere il posto. Puoi farti male. Puoi andartene arrabbiato. Puoi rimanere lontano per anni. Ma esistono luoghi nei quali, quando ritorni, una parte di te sa di non essere mai andata via davvero.
Il momento di fermarsi
Quell'equilibrio tra rugby, lavoro e vita durò ancora per qualche tempo. Poi, lentamente, le cose cominciarono a cambiare. Nel 2007 il ginocchio reduce da altri tre interventi chirurgici stava peggiorando. Il lavoro era diventato sempre più esigente e logorante. Gli anni, inevitabilmente, passavano. E intorno a me vedevo ragazzi molto più giovani allenarsi con prestazioni che facevo fatica a uguagliare. Questa volta non ci fu bisogno che qualcuno decidesse per me, lo capii da solo.
Era arrivato il momento di fermarmi. Non ricordo quella decisione come una resa. E nemmeno come la conclusione di qualcosa che improvvisamente non amavo più. Forse fu esattamente il contrario. Dopo tanti anni trascorsi a correre, placcare, cadere, rialzarmi, passare il pallone e cercare continuamente uno spazio nel quale avanzare, decisi semplicemente che era arrivato il momento di utilizzare tutto quello che il rugby mi aveva insegnato per giocare una partita diversa.
Così, nel 2007, smisi di allenarmi, non per smettere di giocare, ma per provare a giocare al meglio la mia ultima partita. Quella che sto giocando ancora oggi.
La mia ultima partita
Il campo è cambiato, naturalmente. Non ci sono più pali, linee bianche, tribune o un arbitro con il fischietto in mano. Non c'è un tabellone che mi dica quanto manca alla fine e, soprattutto, nessuno mi ha spiegato fino in fondo le regole. Ma una squadra ce l'ho ancora.
Oggi i miei compagni sono più che mai la mia famiglia, mia figlia in particolare, mio fratello, alcuni dei ragazzi con i quali ho condiviso tanti anni di rugby e gli amici che, nel tempo, hanno scelto di rimanermi accanto. Alcuni sono partiti subito da titolari già lì molti anni fa. Altri sono entrati in campo durante la partita. Qualcuno, inevitabilmente, ne è uscito.
Gli avversari, invece, sono cambiati. Oggi si chiamano tempo, difficoltà, responsabilità. Sono la paura di perdere le persone che amo, quella di non riuscire sempre a proteggerle e, forse più di tutte, la consapevolezza che prima o poi arriverà anche il mio momento. E la domanda, impossibile da evitare, è se quando accadrà sarò davvero pronto. È una partita diversa. Probabilmente la più difficile. Ma quando penso a come affrontarla mi accorgo che, in fondo, il giocatore è rimasto quello di allora.
Sono ancora un mediano di mischia. Uno di quelli che osservano quello che succede davanti, cercano di leggerlo un istante prima degli altri e, appena intravedono uno spazio, provano a infilarcisi dentro. Instancabile. E, quando serve, ancora capace di qualche guizzo imprevedibile.
Quelli dietro di me
Poi ci sono i compagni.
Nel 1981 Enrico, il primo giorno, mi aveva dato pochissime indicazioni. Una, però, non l'ho più dimenticata: «Ricordati che la palla puoi passarla solo ai compagni che sono dietro di te». Allora era soltanto una delle prime regole del rugby che un allenatore stava spiegando a un ragazzino spaesato.
Ci sono voluti molti anni per comprenderne un significato diverso. Per andare avanti devi sapere che qualcuno è dietro di te. Qualcuno al quale poter passare la palla quando non riesci più ad avanzare da solo. Qualcuno disposto a sostenerti quando cadi. E devi essere disposto a fare esattamente lo stesso per lui quando sarà il suo turno.
Forse è per questo che oggi considero ancora miei compagni di squadra persone con le quali giocavo più di quarant'anni fa. Sono cambiati i fisici. Sono cambiati i capelli, quando ci sono ancora. Sono cambiate le nostre vite. Ma quando uno di noi ha bisogno, gli altri arrivano. Proprio come allora.
Ancora una volta
Non so quanto manca alla fine della partita che sto giocando adesso. Questa volta non c'è un cronometro sul tabellone che possa dirmelo. So però con chi voglio giocarla. So chi voglio avere accanto. E credo di sapere anche quale giocatore voglio continuare a essere fino all'ultimo minuto.
Poi, quando arriverà quel momento, avrò paura di sicuro. Forse per un istante tornerò a essere quel ragazzino che, entrando per la prima volta in mezzo a persone che non conosceva, si domandò: E ora che faccio?
Se succederà, proverò a ricordarmi di Fabrizio e Roberto, di quella sera a Padova, dei loro racconti e di tutto quello che fecero per tranquillizzare un ragazzo di diciassette anni e mezzo alla vigilia della sua prima partita in Serie A. E penserò a quel consiglio ricevuto prima di entrare in campo.
Non pensarci troppo. Alla prima occasione, vai deciso. E allora, quando arriverà il calcio d'inizio dell'ultimo tempo, farò quello che ho fatto per tutta la vita. Guarderò un'ultima volta i miei compagni. Poi guarderò davanti a me. E se avrò ancora qualche incertezza, farò come quel 29 novembre del 1987.
Placcherò ancora una volta.
