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ARAndrea Roselli
beach tennis
02 ott 2026 17 min di lettura

Il Tagliere di Legno

Dodici ore al Neri Village, dalla sveglia che non suona all'ultimo nome inciso nel legno. La terza edizione del Trofeo dei Somari raccontata da chi la organizza e, suo malgrado, finisce sempre per giocarla.

I Somari in fila sul campo da beach tennis del Neri Village, racchette in mano, prima dell'inizio del torneo

I Somari in campo prima del via — Trofeo dei Somari 2026

Ore 6:30 — la sveglia che non suona

Sono le 6:30 ed è già la terza volta, in pochi minuti, che butto un occhio all'orologio. Fuori qualche grillo canta ancora. Hela, il cane del vicino, gratta sul muro di cinta che divide le nostre case: aspetta che mia madre le porti la colazione. È lei la vera sveglia della famiglia, insieme a qualche gabbiano sgarbato e arrogante che strilla solo per il piacere di rendersi antipatico.

La sveglia delle 7:00, anche questa mattina, non la sentirò.

Sono già in piedi, con la testa al torneo. La paura che qualcosa possa rovinare la giornata non molla la presa e proprio adesso la mente ripassa tutto un'ultima volta. Quasi tre settimane di preparativi, con la solita speranza di non aver lasciato niente al caso.

Iscrizioni, formula, regolamento, gironi, calendari, abbinamenti, pause, premi, rinfresco finale. Ogni volta mi mettono alla prova e quattro anni di esperienza non bastano ancora a farmi stare tranquillo.

Questa volta, poi, ho dovuto fare quasi tutto senza Nando e Sergione. Sono tra i Somari storici: è con loro che sono partiti i primi tornei ed è con loro che, di solito, decido formula e modalità di gioco. In corso d'opera Nando diventa il mio consulente e saggio personale per budget, premi, gadget e rinfresco. Quante telefonate ci scambiamo in tre settimane. Sergione, invece, sistema gli intoppi che si nascondono sempre dietro l'angolo. Quest'anno, tra lavoro e impegni personali, non hanno potuto darmi una mano come sempre. In campo ci saranno, ma la preparazione è stata quasi tutta sulle mie spalle.

Non del tutto da solo, però. Emanuela, la mia compagna, è al mio fianco fin dai primi giorni di pianificazione, soprattutto per il rinfresco. Lo è in pratica da quattro anni, da quando mi sono ritrovato ad organizzare tornei. Senza di lei sarebbe a rischio ogni buffet.

Le domande non smettono di girare. Verrà bene? Si divertiranno? Piaceranno i premi e il rinfresco? E soprattutto: funzionerà l'app che ho costruito, alla sua prima vera prova nella gestione dell'intero torneo?

Prima c'era un foglio Excel. Per scrivere una formula che facesse esattamente quello che avevo in mente potevo metterci giorni: facevo tardi la sera, me la portavo in ufficio, continuavo a provarla finché non funzionava. Non mi è mai pesato. Anzi, è proprio da lì che è nata l'idea dell'app.

Prima di uscire mi concedo un caffellatte sulla poltrona di nonna, in cucina, in assoluta pace. Poi cerco la mia borraccia termica, quella grande, blu, da due litri: oggi ne servirà tanta. La riempio con l'acqua fresca del frigorifero e la infilo al polso, per avere le mani libere. Lo zaino è pronto dalla sera prima. Cassa amplificata, mixer, microfono. Carico tutto sulla bicicletta, piano piano, e mi incammino verso la spiaggia spingendola a piedi.

Per la testa ho mille pensieri e la prima voce della lista che mi aspetta: il ritrovo.

Ore 8:00 — la sabbia ancora fredda

Alle 8:00 il lungomare di Fiumicino è ancora mezzo vuoto. Qualche macchina gira in cerca di un parcheggio, il più vicino possibile alla spiaggia. Percorro un breve tratto di ciclabile e intanto guardo il mare, controllo la direzione del vento, ascolto i primi rumori che arrivano dagli stabilimenti.

Il nostro, il Neri Village, ha ancora il cancello chiuso.

È l'ora del ritrovo e questa volta siamo più puntuali che nelle edizioni passate. Ormai ci teniamo tutti ad avere ogni cosa pronta prima del primo incontro. Ognuno sa già cosa fare: chi spiana il campo, chi lo bagna, chi va a prendere il caffè per chi ne ha bisogno. C'è affiatamento fin da subito. E anche tanto sonno.

Io, da qualche edizione, mi occupo quasi soltanto dell'attrezzatura. La cassa amplificata da 2000 watt, il mixer, il microfono, il tablet, le palline: ogni cosa cerca il suo solito posto, che a quell'ora manca sempre. Tavoli, sedie e corrente arrivano in ritardo, come ogni volta, nonostante le raccomandazioni dei giorni prima rivolte al personale dello stabilimento.

La sabbia è fredda, a volte anche umida. Difficile credere che tra qualche ora sarà così rovente da doverla bagnare prima di ogni incontro.

Mentre finisco di sistemare, ecco che riaffiora qualche ricordo.

Era il 2017. Emma aveva circa quattro anni e io me ne stavo tranquillo a guardarla alle prese con la sabbia e il mare. Al Neri il beach tennis si giocava già da un bel po' e ogni tanto il rumore delle palline sulle racchette mi distraeva da lei.

Capitava spesso che qualcuno mi chiedesse di giocare. Le prime volte la risposta era sempre no. Credo di essermi anche guadagnato un po' di antipatia in quei frangenti. Ma non era antipatia: era timidezza, insieme al fatto di non aver mai giocato con nient'altro che i classici racchettoni da spiaggia. Enormi, pesanti, di compensato marino. Una fatica a farli girare.

Poi il ghiaccio si ruppe. A mettermi la racchetta in mano furono Stefano, il papà di Giulia, l'amichetta con cui Emma è cresciuta, e Mario, abbonato storico della prima fila. Mario giocava spesso, conosceva meglio di tutti il gruppo che in quegli anni trainava il Neri ed era lui il gancio per lanciare qualche sfida. Stefano, invece, è anche quello che mi ha messo in mano la racchetta da tennis, ma questa è un'altra storia e la racconterò più in là in un altro testo.

Per natura non so stare fermo, soprattutto al mare sotto l'ombrellone. Una volta rotto il ghiaccio, iniziai a giocare ogni giorno di più e a prendere confidenza con tutto e con tutti. All'inizio mi sentivo un po' imbranato, soprattutto al servizio. Poi, come con quasi tutte le cose che ho fatto nella mia vita, mi lasciai trasportare senza freni. E in breve tempo riuscii a sistemare ciò che mi metteva più in difficoltà.

Nel 2018 il gruppo storico del Neri cambiò stabilimento. Sui campi restammo in pochi e quei pochi diventarono il riferimento per chi si stava avvicinando al gioco. Da lì, in poco tempo, nacquero i Somari. Un paio di anni dopo il gruppo mi propose di organizzare un torneo, il primo in assoluto.

Accettai.

E oggi eccomi qui, a provare microfono e mixer prima di dare il via all'ennesimo torneo che organizzo.

Ore 9:00 — il primo giro di abbinamenti

Campi sistemati, impianto audio collaudato, tutti i Somari presenti. Si parte.

Prima il briefing, per ricordare formula e regolamento. Poi la foto di gruppo in campo, racchette in mano. Infine accendo l'app: gironi, calendario delle partite e abbinamenti delle qualificazioni compaiono sullo schermo.

Questa volta ognuno può controllare tutto dal proprio smartphone. Ma, come da tradizione, prendo il microfono e annuncio il programma della giornata. La tecnologia è bella e aiuta, ma niente sostituisce il calore di una voce dal vivo.

Fino all'anno scorso funzionava diversamente.

Gli abbinamenti si decidevano il giorno prima, con un sorteggio. Un bussolotto, le tessere della tombola e almeno tre Somari presenti a garantire la regolarità. A pescare era sempre la mano di un bambino, spesso Emma o Francesco, il figlio di Daniele, detto il Maestro. Il numero veniva letto ad alta voce, annotato e poi riportato sul foglio Excel. All'inizio eravamo in pochi; poi arrivavano altri, e altri ancora, fino a ritrovarci in tanti intorno a un tavolo del bar. Solo posti in piedi. Che divertimento, e che suspense. E quante risate!

Il giorno del torneo aprivo il foglio Excel sul tablet e Nando ricopiava tutti gli incontri su un tabellone A3, pronto a salvarci se qualche formula poco testata avesse fatto le bizze o la batteria ci avesse abbandonato.

Quest'anno, invece, ho lasciato quasi tutto all'app. Sorteggia, aggiorna, ricalcola e gestisce il torneo dall'inizio alla fine. Un aiuto impressionante, soprattutto se per qualche motivo si dovesse ripartire da zero. Ma senza il rumore delle tessere nel bussolotto e la voce dei bambini pronti a gridare il numero estratto. Perfetta, sì. Un po' meno rumorosa. E forse anche un po' meno nostra.

Oggi i Somari pronti a darsi battaglia sono venti. Nessuna coppia fissa: a ogni turno ci si divide e si cambia compagno. È il classico di questo torneo. Impossibile fare previsioni.

Chi vincerà il Trofeo? E chi, invece, si porterà a casa il Tagliere di Legno? Che per noi, ormai, conta quasi quanto il Trofeo. Forse persino di più. Ma ci arriveremo.

In mattinata — dall'altra parte della rete

Accidenti, è il mio turno!

Scendere in campo è sempre emozionante, soprattutto al Trofeo dei Somari. Ma, a dirla tutta, a giocare mi sono sempre opposto. Ho sempre pensato che organizzare e giocare allo stesso tempo non fossero compatibili, almeno per come sono fatto io.

La delegazione storica dei Somari, però, mi ha sempre voluto in campo. Più che un'imposizione è un gesto di affetto e per me significa molto. Così alla fine vincono sempre loro. È più forte di me: non riesco a dirgli di no.

Anche in campo, però, la testa resta alla gestione. Chi si siede al mixer? Chi tiene e trascrive i punteggi? Chi annuncia i prossimi incontri? Quando gioco ci penso meno, lo confesso, ma una piccola parte di me resta sempre a bordo campo. In pratica gioco due partite insieme: una sulla sabbia e una nella mia testa.

Al primo incontro, al mio fianco c'è Stefano Bassi — perché, come avrete ormai capito, nel gruppo gli Stefano non mancano. È uno dei più giovani rispetto a noi veterani: veloce, instancabile e in netta crescita quest'anno. Non poteva capitarmi di meglio. E posso dire lo stesso di tutti gli altri compagni che l'app mi ha assegnato. Sulla carta era fatta, o quasi.

Ma la carta conta fino a un certo punto. I gironi di qualificazione arrivano agli sgoccioli e io resto fuori per un solo game di differenza. E guarda un po', è proprio Stefano che passa alle fasi finali.

Che peccato. O meglio, che fortuna: per la prima volta mi godrò tutto il pomeriggio delle fasi finali al mixer, a mettere musica e a commentare gli incontri.

Ore 13:00 — la pausa

Durante la pausa, come da copione collaudatissimo, spengo mixer e cassa. Mi siedo e faccio il punto sulla prima mezza giornata. Il picco della preoccupazione sembra essere passato, ma è solo un miraggio. Mancano ancora le finali, la premiazione, il rinfresco.

Dopo qualche minuto lascio la postazione, salgo in bicicletta e vado a casa a recuperare premi e gadget. È l'unico momento in cui riesco a staccare davvero. Mezz'ora, forse tre quarti d'ora, di assoluto riposo mentale: il tempo giusto per sedermi sotto il porticato e gustarmi la mia classica bionda ghiacciata in compagnia di mia madre.

Durante la pausa sembra che tutto ciò che riguarda il torneo si riposi. Anche i campi riprendono fiato.

Nel pomeriggio — le finali

Finita la birra, risalgo in bicicletta con la sacca dei premi e torno in spiaggia. Davanti alla console riaccendo tutto e annuncio le semifinali del Trofeo.

Qualcosa è cambiato rispetto alla mattina. La luce, prima di tutto: più calda. La sabbia è rovente e i campi vanno bagnati di nuovo. Arriva qualche spettatore in più e ai lati dei campi si sistemano i Somari non qualificati, a fare da giudici di linea. L'interesse cresce. Ma per vedere chi vincerà il Trofeo o chi si aggiudicherà il Tagliere?

Le coppie entrano in campo. Io, dalla console, provo a fare la telecronaca di tutti e due i campi. È difficile già con uno, figuriamoci con due. Ma non importa: mi butto come al solito e commento le partite cercando di incuriosire anche chi non si è ancora avvicinato. A volte mi incarto, perché l'improvvisazione al microfono non è proprio il mio forte. Quello che conta però è animare un po' e strappare qualche sguardo a chi sta sotto l'ombrellone dalla mattina.

Quest'anno, poi, in tanti hanno seguito tutto il torneo — abbinamenti e risultati — comodamente seduti o sdraiati in qualche altro angolo della spiaggia, direttamente dall'app. Una comodità che forse ha rispolverato quel po' di pigrizia rimasta chissà dove. Ma è stato curioso vedere soprattutto i teenager e qualcuno anche più piccolo, smartphone in mano, seguire il torneo punto per punto.

Intanto la mia attenzione è rivolta tutta sui tempi. Il buffet arriva alle 18:00 e le partite devono finire prima: la scaletta del torneo non ammette ritardi. Per fortuna tutto fila liscio e si arriva puntuali alle due finali.

Peccato per Stefano Bassi, uscito in semifinale. Forse avrebbe meritato di più e il prossimo anno di sicuro potrà rifarsi, ma gli avversari erano davvero in gamba. Le coppie che cambiano a ogni turno rendono tutto più imprevedibile. E, almeno per me, anche più autentico.

Chi vivrà, vedrà. Mancano gli ultimi due incontri per chiudere la terza edizione: la finale per il Trofeo e quella, non meno sentita, per il Tagliere. Sulla carta, pronostici impossibili, con abbinamenti equilibratissimi. L'app ha fatto un lavoro sorprendente. Ma chiederlo a me, che l'ho costruita, è come chiedere all'oste com'è il vino.

Dopo i primi game, però, i pronostici si semplificano in fretta.

Il Trofeo dei Somari 2026 va a Stefano, detto Gaspo: il papà di Giulia, lo stesso che nel 2017 mi mise in mano la racchetta. L'anno scorso il Trofeo lo abbiamo vinto insieme, noi due. Quest'anno lo alza con Cristiano, ottimo giocatore e Somaro al secondo anno.

Il Tagliere di Legno, se “vincere” è la parola giusta, finisce invece a Peppe e Andrea Buoso, mitico lottatore dai colpi a volte incomprensibili.

Dopo le finali — il Trofeo e il Tagliere

Il torneo è finito, ma manca la parte forse più bella: la premiazione e il rinfresco. Prendo la macchina e, questa volta insieme a Fabione, corro a ritirare il rinfresco.

Fabione è Somaro da due anni ed è quello che finora mi ha stupito di più. Per un anno intero è venuto tutti i giorni a guardarci giocare, senza mai dire una parola. Poi è entrato in campo e si è dimostrato subito un giocatore valido, ma soprattutto uno di quelli che sei contento di esserti ritrovato accanto. Solo una cosa ancora non gli riesce proprio bene: mantenere il controllo quando qualcuno non ricorda il punteggio. A volte avrei voglia di sbagliarlo apposta, giusto per vedere a che punto è il suo self-control.

In meno di mezz'ora siamo di nuovo alla base. Alcuni Somari ci aspettano sul muretto del lungomare, pronti a farsi passare bevande e vassoi e a sistemarli sui tavoli già preparati dalle nostre dolci metà, Emanuela in testa.

Riprendo il microfono e chiamo i ritardatari per la cerimonia finale. È il momento in cui, in passato, spendevo qualche parola di troppo. E aveva ragione chi, simpaticamente, me l'ha fatto notare: dopo un'intera giornata sotto il sole, chi ha ancora voglia di sentir parlare?

Non fa una piega, come si dice a Roma.

Così passo subito alle premiazioni, insieme a Marco, il proprietario del Neri, a Nando e a Sergione. La musica gira in sottofondo, in attesa di essere rialzata.

Si parte sempre da chi non è arrivato a nessuna finale. Anche a loro va qualcosa, secondo lo spirito che ci accompagna fin dal primo giorno: arrivare in fondo alla giornata e godersi musica, buffet e vino insieme alle proprie famiglie. Vincere viene dopo.

Poi c'è il Tagliere di Legno, che secondo me è diventato il simbolo di questo Trofeo. La finale per il Tagliere la giocano direttamente le due coppie ultime in classifica e il Tagliere va a chi la perde. Proprio come al Sei Nazioni di rugby, dove chi arriva ultimo si prende il Cucchiaio di Legno. I due “vincitori” ricevono un tagliere ciascuno, con i nomi di chi lo ha vinto l'anno prima, e ne diventano i custodi fino all'edizione successiva.

L'idea è nata al telefono con Nando, mentre pianificavamo i premi. Ricordo che volevamo qualcosa di diverso dal solito gadget. Prima arrivò l'intuizione del cucchiaio, subito dopo quella del tagliere: molto più vicino alla forma di una racchetta. La ciliegina sulla torta poi ce l'ho messa direttamente io: incidere a mano, edizione dopo edizione, l'anno e i nomi di chi se lo aggiudica.

Solo che io mi prendo la serata: non sono così bravo da farlo seduta stante. Così, a fine festa, riprendo i taglieri, li porto a casa e li riconsegno il giorno dopo, aggiornati. Quest'anno siamo alla terza incisione.

La consegna dei due titoli arriva in un crescendo di urla, cori e applausi. Prima il Trofeo, per ultimo il Tagliere: non potrebbe essere altrimenti. Gaspo e Cristiano alzano il Trofeo, Peppe e Andrea Buoso ricevono i loro taglieri. E, sotto sotto, sarei orgoglioso di vincerlo anch'io, almeno una volta. Il Tagliere, intendo.

Lepre consegna il Tagliere di Legno a Buoso sopra il muretto della spiaggia, con i campi da beach tennis sullo sfondo
Il passaggio del Tagliere: da Lepre (2025) a Buoso (2026)

Ci siamo. I ragazzi seduti intorno a noi, forse i Somari di domani, non si contengono più. Anche qualche adulto sembra arrivato al capolinea e capisco che le parole di chiusura vanno ridotte all'osso. Ringrazio tutti, chi ha giocato e chi ha seguito da bordo campo, sperando che si siano divertiti. Poi pronuncio le parole fatidiche:

«Il buffet è aperto. Che inizino i festeggiamenti!»

Durante il banchetto mangio poco. La stanchezza mi toglie l'appetito, fin da quando ero piccolo. Così passo il tempo a scambiare due parole con tutti.

Cerco di capire le loro impressioni. Mi servono per migliorare la prossima edizione e sistemare quello che in questa non ha funzionato. Cerco un confronto e, a volte, lo confesso, anche una conferma: per me è importante per continuare.

Ma quello che conta davvero è vederli tutti insieme, contenti, dopo una giornata di sport, goliardia e amicizia. Questo non ha prezzo.

C'è solo una cosa che di contro non vorrei mai accadesse: arrivare alla fine e accorgermi di non esserci riuscito. Di aver lasciato qualcuno fuori dal divertimento. Sarebbe il fallimento più grande, a prescindere da tutto l'impegno che ci metto.

Si saranno divertiti? Me lo chiedevo stamattina alle 6:30. Me lo richiedo adesso, con il piatto ancora pieno in mano.

Ore 20:00 — dodici ore esatte

Piano piano la stanchezza comincia a farsi sentire. Anche il sole ha finito il suo giro e scende dall'altra parte. Il tramonto sembra lo stesso del giorno prima, o di quello della settimana scorsa. Ma non lo è mai. C'è sempre qualcosa che lo rende diverso, e per questo merita tutto il tempo che serve.

Un po' come il Trofeo.

I Somari e le loro famiglie cominciano a raccogliere le proprie cose. C'è chi non le trova, come spesso capita a me. A malincuore è il momento di lasciare la scena, con la certezza che domani saremo tutti di nuovo in spiaggia, pronti a giocare e a stare insieme.

Un ultimo controllo, per essere sicuro di non aver dimenticato niente. Come stamattina, sistemo l'attrezzatura sulla bicicletta e la spingo piano verso casa. Sulla ciclabile, questa volta, non sono solo: con me ci sono Emanuela ed Emma. Le guardo, stanco e fiero. Poi un ultimo sguardo al mare e a chi sta già sistemando la spiaggia per domani.

L'orologio segna le 20:00. Dodici ore esatte dal ritrovo.

La borraccia è di nuovo al polso. Vuota. Domani la riempirò di nuovo.

Epilogo

Dopo cena — tre incisioni

Dopo cena sparecchio il grande tavolo di legno sotto il porticato, quello dove mangiamo la sera. Lo stesso dove, a metà giornata, mi ero goduto la mia birra ghiacciata. Tiro fuori il Dremel, comprato anni fa per i piccoli lavori sul legno che ogni tanto mi concedo. Una fortuna averlo.

Davanti a me ci sono i due taglieri, con ancora qualche granello di sabbia. Sopra, i nomi delle due edizioni passate. Sotto, legno libero.

Incido piano. Prima l'anno, poi i nomi di Peppe e Andrea.

I due taglieri di legno del Trofeo Somari con i nomi incisi del 2024, 2025 e 2026, accanto al Dremel
I due taglieri, tre incisioni — 2024, 2025, 2026

Mentre la fresa solca il legno, la testa corre avanti. A Emma, che quest'anno ha iniziato a giocare con sempre più voglia e divertimento. Nel 2017 la guardavo giocare con la sabbia; oggi l'ammiro scendere in campo con la sua racchetta. Ai suoi amici teenager e a quelli ancora più piccoli con lo smartphone in mano, e ai tanti che quest'anno sono rimasti fuori. Alle ragazze che chiedono un torneo tutto loro. Alle magliette e ai cappellini dei Somari, che prima o poi arriveranno. A noi veterani, dai quaranta ai sessanta passati, che spero di vedere in campo ancora per tanti anni.

Domani riconsegnerò i taglieri.

Tre incisioni, e ancora tanto spazio da riempire.
C'è posto per molti altri nomi.
Magari, un giorno, chissà, anche per il mio.