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ARAndrea Roselli
viaggi
21 ott 2026 14 min di lettura

Tre lattine sulla mensola

Sudafrica, 1994. Avevo ventiquattro anni, un premio del mio club e nessuna idea di cosa mi aspettasse. Sono tornato con un modo di guardare i posti che non ho più perso.

Lo skyline di Pretoria nel 1994: i grattacieli del centro, le colline e la torre delle telecomunicazioni sullo sfondo

Pretoria, 1994

Da Buddy's, dietro il bancone, c'era una mensola.

Sopra, una fila di lattine di Castle, la birra sudafricana. Non lattine qualsiasi: erano tutte senza coperchio, aperte come bicchieri. Erano quelle di Jaco, bevute in una sola sera. Jaco le scoperchiava con le dita. Non so che cosa avesse al posto delle mani, ma funzionavano come un apriscatole.

Una sera, accanto alle sue, Buddy ne sistemò altre tre. Avevano un piccolo taglio quadrato vicino alla base.

Erano le mie.

Ci arrivo. Ma prima bisogna sapere che, appena atterrato in Sudafrica, non conoscevo nessuno, a parte Poté e Lasha, incontrato poche ore prima a Malpensa. E, potendo scegliere, sarei partito per la Nuova Zelanda.

Il premio

Nel 1994 giocavo nella Rugby Roma Olimpic Club, in serie A, insieme a mio fratello. Vivevamo ancora a casa con nostra madre. In campionato incontravamo la Benetton Treviso, il Petrarca Padova, la Sanson Rovigo, l'Amatori Catania, la Mediolanum Milano. Per stare al loro passo bisognava allenarsi tanto, e di continuo.

Il club ci provava in due modi. Portava a Roma stranieri di altissimo livello e mandava all'estero i giovani più promettenti, per lunghi soggiorni nei paesi dove il rugby era, ed è ancora, un riferimento per tutto il mondo.

A me toccò il Sudafrica. Per tre stagioni ci aveva allenato Poté Fourie, ex Springbok, e a Pretoria sarebbe stato il mio punto fermo. L'idea era dare continuità a quello che ci aveva insegnato: filosofia di gioco, allenamenti, principi, valori.

Ad altri toccò la Nuova Zelanda. E lo confesso, io avrei preferito quella. Gli All Blacks, la loro storia, un'altra cultura del rugby: mi sarebbe piaciuto conoscerla a casa loro.

Ci andarono altri. A me toccò il Sudafrica.

E fu straordinario.

Avevo ventiquattro anni e i capelli di nuovo lunghi. Dopo il taglio radicale del servizio militare, finito l'estate prima, erano il segno più visibile che la mia vita era tornata mia.

Andrea seduto su una scalinata di pietra a Pretoria, con la tuta della Rugby Roma e gli occhiali da sole sulla fronte
Pretoria, 1994: i capelli di nuovo lunghi

Uno sconosciuto a Malpensa

Dovevo partire da solo. All'ultimo momento il club mi affiancò un ragazzo delle giovanili, fresco di scudetto, se ricordo bene. Si chiamava Lasha, aveva origini georgiane. L'ho conosciuto il giorno stesso della partenza, all'aeroporto di Malpensa.

Dentro di me si muovevano due cose opposte, e le ricordo tutte e due.

La prima era sollievo. Era il mio primo lungo soggiorno in un altro continente. Circa sei settimane senza amici e senza la mia solita routine, in un paese che per anni avevamo sentito nominare quasi solo per l'apartheid e per la sua pericolosità. Non essere solo mi alleggeriva.

La seconda era fastidio. Da quando mi avevano proposto il viaggio, me l'ero immaginato in un certo modo. E in quell'immagine c'ero io, e basta. Passare tutto il tempo con un altro mandava all'aria ogni proiezione.

Alla fine non andò né in un modo né nell'altro. La casa di Poté era la base per tutti e due, poi ognuno seguiva la strada più adatta a sé. Un atlante aperto. I primi giorni restammo insieme, giusto il tempo di capire come funzionavano le cose. Poi ci siamo separati e ritrovati più volte. Lui rientrò prima di me, per motivi di famiglia.

Cinque persone in posa in un soggiorno: Lasha, la moglie di Poté, Poté seduto, Andrea e la figlia di Poté
A casa di Poté: da sinistra Lasha, la moglie di Poté, Poté, io e sua figlia

Senza fiato

Mi allenavo in un centro sportivo enorme, a pochi minuti dalla casa di Poté, in un quartiere residenziale appena fuori Pretoria. Credo fosse proprio il club da cui era partita la sua carriera. Il nome non l'ho mai imparato: lo sentivo pronunciare solo in afrikaans.

Dei primi giorni ricordo soprattutto la fatica. A metà allenamento ero già svuotato. E non capivo perché: avevo appena chiuso la stagione in Italia, ero allenato.

La spiegazione arrivò qualche giorno dopo. Pretoria sta su un altopiano a quasi milletrecentocinquanta metri. L'aria è più sottile, il fiato si spezza prima e fatica a tornare. In più loro erano all'inizio del campionato, nella fase dei carichi: circuiti interminabili, cambi di velocità continui, blocchi da tre a cinque minuti senza mai fermarsi. Io una stagione l'avevo appena finita. Loro ne stavano preparando una.

Poi arrivò il primo allenamento di contatto.

Giocavo mediano di mischia, e già in Italia mi consideravo piccolo. Lì ero un'altra cosa. Potenza, velocità, corpi di dimensioni che non avevo mai visto così da vicino. Più che allenarmi, cercavo di sopravvivere.

A farmelo capire subito fu il capitano. Giocava nel mio stesso ruolo. Era scontato che ci saremmo trovati uno di fronte all'altro, e che sarebbe stato lui a stabilire regole e distanze.

Una religione con il barbecue

In Sudafrica il rugby viene prima di tutto. Era così allora, è così oggi. È lo sport nazionale, ma soprattutto è una parte della vita che comincia prestissimo: i bambini iniziano a tre anni e giocano scalzi fino a quasi dieci.

Per una partita della Currie Cup, il campionato tra le province, ci si preparava già da metà settimana. C'era chi andava allo stadio e chi organizzava braai, i barbecue tradizionali, interminabili tra amici, con fiumi di birra. La prima volta che vidi tutto questo capii perché eravamo così lontani dal rugby degli Springboks. Non era solo una questione di allenamenti.

Con Lasha, grazie a Poté, vidi Northern Transvaal contro Orange Free State al Loftus, uno degli stadi più importanti del paese. Non dalle tribune: da un box privato, dove si entrava solo su invito di qualcuno che contava, con le hostess che ci portavano da bere e da mangiare per tutta la partita.

Andrea a braccia conserte sugli spalti del Loftus, con lo stadio pieno e il campo alle spalle
Al Loftus, Northern Transvaal contro Orange Free State

Che spettacolo, per due ragazzi arrivati da Roma con la borsa del club.

Andrea in tuta sul prato del Loftus, davanti alla tribuna con i cartelloni pubblicitari e accanto ai pali
Sul prato del Loftus

Le domande senza risposta

Il Sudafrica in cui ero arrivato aveva un presidente nuovo da poche settimane. Nelson Mandela si era insediato a maggio, dopo le prime elezioni aperte a tutti.

L'apartheid l'avevo studiato a scuola. Negli ultimi anni ne avevo sentito parlare tanto e avevo conosciuto Mandela attraverso i telegiornali. Ora quella condizione sembrava finalmente appartenere al passato.

A ventiquattro anni, però, era facile credere che una svolta così grande potesse cambiare tutto da subito. Il dubbio cominciò a farsi strada proprio lì, guardandomi intorno a Pretoria.

All'ora di pranzo, nei giardini e nelle piazze della città, c'erano gruppi di neri seduti a terra. Solo loro. Mi chiedevo cosa facessero, perché fossero lì, perché soltanto loro.

Ne parlai con Poté e con Jim, un suo amico che lavorava in un grande magazzino di elettrodomestici. Le risposte non erano mai complete, mai precise. Cominciai a chiedermi quanto di quello che avevo sentito annunciare fosse già cambiato nella vita delle persone.

Molti, bianchi e neri, mi parlavano anche di ostilità tra persone dello stesso colore ma appartenenti a etnie diverse. Non avevo gli strumenti per capire fino in fondo. Ascoltavo, ma le domande aumentavano.

Poi un giorno, in una via centrale di Pretoria, vidi un uomo nero seduto per strada, forse in pausa. Due bianchi molto grossi si fermarono e cominciarono a parlargli in afrikaans. Non capivo le parole, ma i toni e i gesti non lasciavano dubbi: doveva andarsene, e subito.

Lo colpirono. Lo scaraventarono contro la vetrina di un negozio. La vetrina andò in pezzi.

Non avevo mai visto picchiare qualcuno in quel modo. Una testa che sfonda un vetro l'avevo vista solo al cinema.

Arrivò la polizia. E arrestò lui.

Una collega di Jim, di origini italiane, si era prestata volentieri a farci da guida ogni tanto. Il suo nome, purtroppo, non lo ricordo.

Un giorno le proposi di andare nei quartieri ai margini del centro di Pretoria. Volevo vedere come vivevano i neri, com'erano le loro case, in quali condizioni abitavano.

La proposta suscitò parecchie obiezioni. Mi dissero che poteva essere pericoloso. Io insistetti e alla fine partimmo. Chissà cosa mi aspettavo di trovare, o cosa pensavo di poter fare. Sentivo però il bisogno di vedere.

Le abitazioni erano per lo più capanni. Almeno ai miei occhi: faticavo a considerarle case. Tettoie di lamiera, recinti tirati su alla meglio e sgangherati, auto malridotte parcheggiate un po' ovunque. Dentro alcune auto c'era gente che riposava. Donne e bambini stavano per strada, come se fosse una parte della casa. Ci guardavano in modo strano.

Durante quel giro, alla radio passò una notizia terribile: da quello che riuscii a capire, qualcuno aveva sparato da un'auto contro persone che uscivano da una chiesa. Il mio inglese non bastava a capire se fosse successo quel giorno o se stessero ricordando una strage dell'anno prima.

Mi sembrava ancora una volta di trovarmi davanti a immagini e storie viste soltanto nei film. Ero partito per capire qualcosa di più, ma non sapevo come mettere insieme tutto quello che vedevo e sentivo.

Uno di loro

Essere ospite di Poté mi aveva aperto molte porte. Quanto fosse conosciuto lo capii la prima volta che entrai con lui da Buddy's.

Mi chiedevano se lo conoscessi e come avessi fatto. Rispondevo con naturalezza che avevo giocato con lui a Roma e che adesso mi ospitava a casa sua. Rimanevano esterrefatti. In quel locale non mi lasciavano pagare niente. Sembravo una celebrità anch'io, di riflesso.

Un giorno io e Lasha avemmo bisogno di contattarlo, ma non ritrovavamo il numero di casa. Prendemmo un elenco telefonico, convinti di risolvere in un attimo. Il suo nome non c'era. Già allora, laggiù, un personaggio come lui aveva diritto a un numero riservato. Dovemmo arrangiarci in un altro modo.

Poco alla volta, anche il grande magazzino di elettrodomestici dove lavorava Jim, in centro a Pretoria, era diventato un punto di riferimento. I miei punti fermi erano diventati tre: casa di Poté, Buddy's e quel magazzino, con le persone che avevo conosciuto.

Intanto avevo cominciato a muovermi senza di lui. Gli amici di Poté, quelli di Jim e quelli di Buddy's mi cercavano. Se non riuscivamo a sentirci, ci ritrovavamo al pub. Al solito posto.

Una sera mi ritrovai di colpo sul sedile di dietro di una macchina, stretto con altri quattro, diretto a Sun City. Un posto di divertimenti, mi dicevano, a un paio d'ore da Pretoria. Non avevo capito quanto fosse grande, né che tipo di divertimenti offrisse.

A un certo punto ci fermammo a quello che sembrava un casello autostradale. Era l'ingresso.

Dentro c'era una specie di Las Vegas sudafricana: casinò, locali a tema, piscine, spettacoli di ogni tipo. Luci, musica, gente ovunque. La birra stava facendo il suo effetto e io guardavo tutto a bocca aperta. Chi l'aveva mai vista, una cosa del genere?

Il ritorno fu meno brillante. La mattina la passammo a dormire in quattro in macchina, e rientrammo il giorno dopo. Ma il punto era proprio quello: avevo fatto una gita fuori porta come la facevano quelli di Pretoria. Non da ospite. Da uno del gruppo.

Le serate da Buddy's

Una sera da Buddy's c'era anche Jackie, la manager del grande magazzino di elettrodomestici dove lavorava Jim. Una bella donna, sulla quarantina passata, che quella sera sembrava aver scelto me. Io non ero interessato, ma non sapevo come farglielo capire.

Quattro ragazzi sorridenti seduti a un tavolo di Buddy's, con due lattine di Castle in primo piano
Da Buddy's con Lasha, Jaco e la sua ragazza

Adorava il J&B. Continuava a bere whisky e cercava di farlo bere anche a me, che con la birra ero già abbastanza avanti. Provavo a parlare con gli altri amici del locale, sperando di spostare la sua attenzione. Niente. Mi marcava stretto. Che imbarazzo.

A un certo punto decise di farmi assaggiare qualcosa: «Garlic and snails». Tra la confusione e la birra non capii bene cosa avesse detto. Quando arrivò il piatto, con gli occhi di uno che era già alla quinta birra, mi sembrò un risotto in bianco con un misto di funghi.

Assaggiai.

Altro che risotto. Aglio tritato e lumache.

Oddio, che cosa avevo mandato giù. Ricordo che lo trovai disgustoso. Jackie e gli altri avevano le lacrime agli occhi dalle risate. Non credo di aver fatto una gran figura, ma quella sera avevo dato anch'io il mio contributo al divertimento.

La serata continuò a lungo. Tornai a casa stremato, ma da solo. Ognuno per conto proprio.

Ed eccoci alla mensola.

Da Buddy's, dopo aver visto Jaco scoperchiare le sue lattine a mani nude, mi feci coraggio e gli mostrai il mio sistema: la birra shotgun. Chiesi un coltello appuntito e ben affilato. In meno di un secondo ne uscì uno dalla tasca di qualcuno.

Appoggiai la lattina di lato sul tavolo e vicino alla base ritagliai una piccola apertura. Avvicinai la bocca al taglio, sollevai la lattina e con l'altra mano la stappai.

Meno di tre secondi, ed era vuota.

Mi chiesero di rifarlo. Poi ancora. E ancora. Finché Buddy prese tre delle mie lattine e le mise sulla mensola, accanto a quelle di Jaco.

Andrea abbracciato agli amici al bancone di Buddy's, sotto la mensola piena di lattine di Castle
Da Buddy's, sotto la mensola delle lattine

Da Buddy's, ormai, avevo amici con cui ritrovarmi. E sulla mensola c'erano anche le mie tre lattine.

Ma il momento in cui mi sentii davvero uno di loro arrivò poco dopo, quando riuscii finalmente a offrire io.

Da bere a Jaco, agli amici seduti al tavolo con noi e ai due ragazzi neri che servivano dietro il bancone. Mi alzai e portai io le bevande al tavolo. Partì subito un brindisi.

Mi sentii accettato. Più che un grazie per quello che avevo offerto, quel brindisi mi sembrò un posto tra loro.

Andrea e Lasha dietro il bancone di Buddy's con i due ragazzi che servivano al locale
Dietro il bancone di Buddy's, con Lasha e i ragazzi del locale

La pesca senza pesci

Nell'Orange Free State ci andai per un paio di giorni con Jim ed Elle, una sua collega del grande magazzino. Mi avevano promesso barbecue e pesca allo yellowfish, sul fiume Orange o su uno dei suoi affluenti.

Di pesci se ne videro pochi. Di carne speziata, invece, chili.

Nessuno sembrò dispiacersene. Nemmeno io.

Andrea abbracciato a Jim, con barba bianca e bretelle rosse, davanti a una casa di mattoni sulla riva di un lago
Con Jim nell'Orange Free State

Il treno che non ho preso

C'è una cosa che in Sudafrica non ho fatto.

Pochi giorni dopo l'arrivo, un venerdì, avevo passato il pomeriggio in un mall del centro di Pretoria con la figlia di Poté e una sua amica. Al rientro, io e Lasha ci fermammo al Jacqueline's, un locale consigliato da Poté e molto conosciuto in quegli anni: si cenava, si stava al bar e la serata finiva in discoteca.

Lì conobbi Lize. Alta più o meno come me, capelli lunghi di un rosso scuro, occhi verdi, qualche efelide appena accennata. Fu lei a rompere il ghiaccio. Credo si vedesse lontano un miglio che non solo non ero del posto, ma venivo proprio da un altro continente.

Mi raccontò molto di sé. Stava per tornare a casa, a Durban, dopo la sessione di esami all'università. E io cominciai a pensare di raggiungerla. Lei, e il Natal, un'altra regione di cui tutti parlavano come di una meraviglia.

Chiesi a Poté, con insistenza, di aiutarmi a organizzare il viaggio. Escluso l'aereo, restavano l'autobus e il treno, con giorni, orari e tempi di percorrenza che scoraggiavano solo a leggerli. Tra andata e ritorno avrei bruciato una parte enorme del tempo che avevo e del programma che mi ero dato.

Rinunciai. A malincuore.

Ci siamo sentiti per tutto il soggiorno e fino a qualche mese dopo il mio rientro a Roma. Poi più niente.

Mi sono chiesto tante volte, negli anni, cosa sarebbe successo se fossi salito su quel treno. Che piega avrebbe preso il soggiorno. Forse anche qualcos'altro. La curiosità mi ha sempre preso tanto, e a volte mi ha anche travolto.

Quella volta no. Non sono andato.

Città del Capo, da solo

A Città del Capo ci andai con un volo interno, sotto turbolenza dall'inizio alla fine. Sembrava che non dovessimo arrivare mai, o che da un momento all'altro saremmo venuti giù. Appena toccai terra, mi inginocchiai e la baciai.

Ero lì per Dawie Snyman, un'altra leggenda del rugby sudafricano, legatissimo alla Western Province, la squadra della città. A Roma aveva lavorato con Poté come mental coach. Un imprevisto in famiglia gli permise di passare con me solo mezza giornata.

Rimasi altri due giorni da solo. E lì mi accorsi di quanto fossi cambiato in poche settimane: non mi sentivo perso. Mi sentivo a mio agio, come uno del posto.

Città del Capo era bellissima, piena di vita e di ragazzi, con la Table Mountain sopra la città. Nel poco tempo che avevo visitai Camps Bay: la spiaggia alla moda, il lungomare pieno di locali e, alle spalle, le cime dei Dodici Apostoli.

A Città del Capo riaffiorò anche la mia vecchia passione per il surf. Sapevo che in Sudafrica c'era Jeffreys Bay, una delle mete che ogni surfista sogna di raggiungere. La immaginavo vicina. Quando scoprii che quel «vicina» significava circa settecento chilometri, dovetti rinunciare e mi limitai a guardare le onde delle spiagge intorno alla città.

A Muizenberg mi ritrovai a immaginare me, mio fratello e i quattro amici con cui ero partito per Biarritz nel 1988. Il mio primo viaggio. Dalla Grande Plage a quella spiaggia sudafricana: ci saremmo trovati bene, benissimo, con quelle onde che mi sembravano tanto più regolari.

La voglia di entrare c'era. Ma avevo poco tempo, l'acqua mi sembrava gelida e i racconti sugli squali misero il punto. Rimasi a guardare.

Fu un pensiero veloce. Ma davanti a quelle onde, come potevo non farlo?

Il secondo atterraggio

All'aeroporto di Johannesburg, prima di imbarcarmi per l'Italia, mi dissi una frase sola: «Tornerò, prima o poi. Grazie, Sudafrica».

Nella borsa avevo decine di bustine di biltong chips, lo snack di manzo essiccato, marinato e speziato che lì mangiano tutti. La prima volta che l'avevo assaggiato non mi era piaciuto per niente: troppo forte, troppo lontano dal mio palato. Pochi giorni dopo non riuscivo più a farne a meno.

Con il Sudafrica mi era successa la stessa cosa.

Quando l'aereo atterrò a Roma e rimisi i piedi a terra, questa volta non mi inginocchiai. Ma non ero più quello di prima, quello che era partito. Ero cresciuto come uomo? Come rugbista? Un po' tutte e due, più qualcosa che ancora oggi non so spiegare. Mi sentivo più sicuro, più consapevole, più a mio agio con quello che ero. Guardavo i miei amici, mio fratello, tutti, come uno che torna da Marte dopo essere stato rapito dagli alieni.

Il cambiamento più grande, però, l'ho capito dopo. E non riguardava soltanto i viaggi lontani. Anche prendere un treno per Milano era diventato diverso. Volevo conoscere il posto, le tradizioni, le storie, le leggende e la gente che ci viveva.

Forse è stato proprio al ritorno dal Sudafrica che la parola turismo ha cominciato a darmi fastidio. Io volevo muovermi con uno zaino in spalla, prendere un mezzo pubblico, trovare una stanza per la notte e ripartire il giorno dopo. Conoscere qualcosa della vita di chi, in quei posti, sarebbe rimasto.

E poi c'è quel treno per Durban che non ho preso. Ci penso ancora oggi. Alla voglia di raggiungere Lize nel Natal e a come sarebbe potuto continuare quel soggiorno. Sono passati più di trent'anni, ma quando ci torno con la testa provo quasi le stesse emozioni di allora.

In Sudafrica non sono ancora tornato. La promessa fatta prima di imbarcarmi a Johannesburg è rimasta aperta: «Tornerò, prima o poi. Grazie, Sudafrica».

E quelle tre lattine, da qualche parte, mi piace pensare che siano ancora sulla mensola.