Elogio dell'ultimo posto
Al Trofeo dei Somari chi arriva ultimo si porta a casa un tagliere di legno. Il nome ce lo incido io. E ogni anno mi convinco un po' di più che quel premio abbia qualcosa da insegnarci.
I nomi incisi sui due taglieri: 2024, 2025, 2026
Peppe e Andrea Buoso hanno perso anche l'ultima partita. Quella che al Trofeo dei Somari assegna il Tagliere di Legno alla coppia che chiude in fondo alla classifica. Intorno a loro ci sono urla, cori e applausi. Ricevono un tagliere ciascuno e lo terranno a casa per un anno, fino alla prossima edizione.
I loro nomi li inciderò dopo cena, sul tavolo sotto il porticato. Poi glieli riconsegnerò.
Detta così, sembra una presa in giro. E in parte lo è, perché tra Somari ci prendiamo in giro parecchio, ogni giorno. Ma dentro quella premiazione c'è anche qualcosa che mi interessa sempre di più: la possibilità di perdere e avere ancora voglia di stare lì, insieme agli altri.
L'idea viene dal Cucchiaio di Legno del Sei Nazioni di rugby, e come è nata l'ho raccontato in Il Tagliere di Legno. In tre edizioni il Tagliere è diventato uno dei premi più attesi della giornata.
Eppure, quando entriamo in campo, vogliamo vincere tutti.
Io per primo.
Le due edizioni precedenti le avevo vinte: la prima con Andrea Fiorini, la seconda con Stefano Gasparotto, Gaspo, che quest'anno il Trofeo lo ha alzato di nuovo. Io, invece, non sono nemmeno passato alle fasi finali: fuori per un solo game di differenza. Un po' mi è dispiaciuto, naturalmente. Poi mi sono goduto il pomeriggio al mixer, a mettere musica e commentare gli incontri degli altri.
Questa volta qualcuno ha giocato meglio di me. Potevo fare qualcosa di più. Ma eravamo ancora tutti lì, pronti a festeggiare insieme e a ritrovarci in campo il giorno dopo. Sarebbe stato un peccato perdermi tutto questo per un game.
Ci sono state sconfitte molto più difficili da accettare.
La finale scudetto under 17 a Treviso contro il Fracasso San Donà, che ho raccontato in L'ultima partita.
E poi Rovigo, due anni dopo.
Era il 1989, semifinale scudetto under 19. All'andata li avevamo battuti 21 a 8. Tredici punti di vantaggio: sembrava fatta. Al ritorno, a Rovigo, il mio ginocchio si scontrò con la gamba di un avversario e uscii dal campo in ambulanza. La partita la perdemmo e, per differenza punti, in finale ci andarono loro.
Quel giorno persi due volte. La finale, insieme ai miei compagni. E il campo, da solo, per quasi un anno.
Anni dopo, da allenatore, ho conosciuto un altro modo di perdere. Era la stagione 2010/2011, con la mia under 17. Al centro sportivo Moletolo, a Parma, una sconfitta contro i padroni di casa ci lasciò fuori dalle finali. Da giocatore soffri per quello che non sei riuscito a fare. Da allenatore devi anche chiederti che cosa avresti potuto dare di più ai ragazzi. La responsabilità cambia, e pesa parecchio.
Nello spogliatoio non feci finta di niente. Alcuni errori avevano pesato tanto, e a quel livello certe cose vanno dette. Le dissi. Non per trovare un colpevole, ma perché da lì si poteva ripartire e crescere. Poi feci i complimenti a tutti: per la determinazione di quella giornata e per una stagione tanto straordinaria quanto dura.
Come allenatore sono sempre stato esigente. Pretendo molto, e in cambio ci metto l'anima, ogni giorno, perché nemmeno il più piccolo dettaglio passi inosservato. Ma una sconfitta, per me, non è mai stata un processo. È sempre stata una cosa da capire insieme.
Non metterei quelle partite sullo stesso piano di un torneo tra amici. C'erano preparazione, aspettative e obiettivi diversi. Ma in tutti questi anni, passando dal rugby al beach tennis e al tennis, una cosa mi ha accompagnato sempre: la voglia di riprovarci.
Anche quando non c'era verso. Alla fine dello scorso inverno ho incontrato un 3.4, categoria superiore alla mia, istruttore di tennis. Ho cambiato gioco, ho corso molto oltre il mio limite. Niente. Sembrava conoscere ogni mia risposta prima ancora che la dessi, e ogni suo colpo era già preparato. Proprio io, che sul campo da rugby provavo a leggere il gioco un istante prima degli altri, non riuscivo a capire dove sarebbe finita la pallina successiva. È una cosa che ancora oggi non mi riesce come vorrei.
Questo non significa che abbia imparato a perdere senza rimanerci male.
Quando ci tieni, perdere ti brucia. Ti tornano in mente la palla sbagliata, la scelta affrettata, quell'occasione che sembrava facile. A volte riesci perfino a dimenticare quello che hai fatto bene, tanto sei occupato a rimproverarti per il resto.
È lì che le parole cominciano a pesare.
Una prestazione non convincente. Preferisco chiamarla così. Mi permette di guardare quello che è successo e chiedermi dove ho sbagliato, cosa posso correggere, quanto merito abbia avuto l'avversario. «Sono un fallito» chiude il discorso prima ancora di cominciarlo.
Vale anche fuori dal campo. Un esame, un colloquio, una relazione che finisce mentre tu avevi ancora voglia di esserci. Quando qualcuno sceglie un'altra persona, sentirsi ultimi viene quasi da sé. Anche se nelle relazioni una classifica non esiste.
Sul momento fa male e basta. Poi può arrivare il tempo di capire che cosa dipendeva da noi, che cosa possiamo migliorare e che cosa, invece, dobbiamo accettare.
Aver perso non ci dà il diritto di vincere la volta successiva.
— King —
Credo però che ogni sconfitta abbia qualcosa da insegnarci, anche quando ci vuole tempo per capirlo. Per migliorare serve tornarci sopra. Ascoltare anche qualcosa che non ci piace sentirci dire. Cambiare modo di allenarsi, riconoscere un limite. Ripetere tutto uguale, contando soltanto sulla voglia di rivincita, può portarci esattamente allo stesso risultato.
Ma prima, qualche volta, serve riprendere fiato.
Chi è molto deluso può chiudersi, vergognarsi, smettere di provarci perché teme di ritrovarsi ancora lì. Dirgli «devi reagire» è facile. Restargli vicino mentre non ci riesce richiede più pazienza.
Dopo Rovigo, per mesi, il campo l'ho visto soltanto da fuori. Un anno, a quell'età, è tantissimo. Ma non sono rimasto solo. Mi sono stati vicini tutti: mio fratello, mia madre, i compagni di squadra, l'allenatore, la società, il presidente Renato Speziali. Saper perdere si impara anche grazie a qualcuno che continua a cercarti quando tu vorresti sparire.
Penso a quanto spazio diamo ai risultati. Voti, classifiche, graduatorie, like. Mi domando che cosa impari un ragazzo quando, dopo una partita, la prima domanda è sempre se ha vinto.
Quel giorno, al Moletolo, il risultato lo conoscevamo tutti. Non serviva ripeterlo. Serviva parlare di come avevamo giocato.
Potremmo chiederlo più spesso. Come ha giocato. Se si è divertito. Quali sono stati i suoi sentimenti. Se ha fatto qualcosa che prima non gli riusciva.
Il Tagliere, nel suo piccolo, lascia spazio a tutto questo. Chi lo riceve ha perso davvero. Il punteggio resta quello. Però la giornata continua: ci sono gli amici, il buffet, le battute che dureranno fino al torneo successivo.
Ridere di sé, in una compagnia dove sai di essere benvoluto, aiuta anche a sopportare un servizio finito chissà dove o una palla corta mai arrivata dall'altra parte. Puoi ammettere di aver giocato male senza doverti nascondere per il resto dell'estate.
Nel racconto del torneo ho scritto che sarei orgoglioso di vincere quel Tagliere almeno una volta. Lo penso ancora.
Con una piccola complicazione: il nome, sul Tagliere, lo incido io. Se un giorno toccherà a me, quella sera accenderò il Dremel lo stesso. E inciderò il mio con la stessa cura che ho messo per gli altri.
Quando scenderò in campo proverò comunque a vincere. Ma se arriverà il mio turno, vorrei riuscire a godermi gli applausi e tutte le inevitabili prese in giro.
E poi chiedere: «Chi c'è per giocare domani?»
